venerdì 27 giugno 2025

Judo e Montagna. Passioni diverse e uguali.

 Se per passione intendiamo un qualcosa che suscita in noi un forte interesse, così forte da far fatica ad immaginare la propria vita senza quel qualcosa, sento di poter dire che due fra le mie più grandi passioni sono, in maniera diversa, la montagna e il judo.

Ma, se diversa è la maniera in cui sono per me passioni, mi sembra, sempre di più, che tra di loro si somiglino molto.
Tanti dei punti che hanno in comune appaiono quasi scontati, di primo acchito. La perseveranza necessaria per raggiungere l’obiettivo prefissato. La fatica. L’acquisizione della capacità di andare oltre quella fatica, con l’allenamento, un elemento imprescindibile. L’importanza del percorso necessario per arrivare in cima. L’importanza della conoscenza di quel percorso. La bellezza del panorama da su in cima…
E questi sono solo i primi punti in comune che mi vengono in mente.
Ognuno di questi aspetti meriterebbe un’attenta analisi e ragionamenti dedicati; ma ce n’è uno in più, che forse non viene citato così spesso e che credo venga sottovalutato.
Il dislivello positivo.
Per definizione: la differenza di quota tra la quota inferiore del punto di partenza e la quota superiore del punto di arrivo
Per intenderci:
Dislivello 1000+, si parte da 1500 mt. e si arriva a 2500 mt.; è già una bella camminata, per esempio.
Quando ci si prepara per una scalata o una camminata, uno dei primi indicatori della difficoltà di ciò che stiamo per fare è dato proprio dal dislivello positivo. Che nei libri e nei siti web delle vie di montagna, è segnato con i metri e con quel + vicino.
Solitamente viene segnata la massima quota che si raggiungerà, la difficoltà dell’attività e il dislivello positivo.
Nel paragone col judo, ma anche in generale, con cosa possiamo identificare il dislivello positivo?
Con ciò che abbiamo guadagnato, nella nostra salita verso la cima.
Pensando a:
1) da dove siamo partiti
2)dove siamo arrivati.
Che si parli di montagna o di judo, o di qualsiasi altro sport, e probabilmente della vita.
Abbiamo guadagnato metri verso l’alto. Centimetri e centimetri da sommare l’un l’altro. E per forza di cose, subito dopo li abbiamo persi per scendere. Ma sono quei metri guadagnati ciò che ci ha permesso di raggiungere il punto più alto, quello che avevamo in testa, dove saremmo voluti arrivare quando siamo partiti.
Sono quei centimetri, quei metri, il ricordo positivo della nostra esperienza, ciò che ricorderemo con orgoglio; sono quelli, il metro di giudizio di un’impresa, non quanti ne abbiamo fatti o quanti ce ne aspettano in discesa.
Non è mai segnato il dislivello negativo, e non si parla di quello, nelle chiacchierate di avventure di montagna. Quello è implicito. Ma serve per forza ed è inevitabile, se si vuole salire un’altra cima. O anche solo tornare a casa e riposarsi.
Fa parte del gioco. Nessuno va solo verso l’alto. Bisogna anche scendere.
Le recenti Olimpiadi ce lo hanno dimostrato. Ma chi di quei super atleti sembra aver fatto un sacco di metri di dislivello negativo e magari è stato criticato dalle poltrone di casa dai famigerati e probabilmente infelici leoni da tastiera, per farne così tanti di metri verso il basso, prima è per forza di cose dovuto salire parecchio. E’ logica. Ed è una cosa che spesso ci si dimentica, e a cui sembra si faccia fatica dare la giusta importanza.
Più si è andati in alto, più sembra rovinosa la discesa.
Ma le vette raggiunte non si dimenticano. Le cime conquistate rimangono conquistate. Le vie percorse per raggiungerle, rimangono percorse. La storia dell’ alpinismo si scrive giorno dopo giorno e nella memoria collettiva ogni cima conquistata rimane inevitabilmente scritta per sempre. Anche se poi si scende. Anche se poi si scivola e si rotola giù. Perché non deve essere così anche negli altri sport?
Il dislivello negativo è necessario perché esista quella positivo. Ying e Jang, le due parti del Tao, la Via per eccellenza, l’equilibrio per antonomasia
E qualsiasi atleta e qualsiasi allenatore dovrebbe essere ricordato per le sue imprese, non per le volte in cui non è riuscito a viverle. Perché “l’unico modo per essere sicuri di non fallire è non provarci”.
Al tramonto di un quadriennio (triennio nel caso specifico) olimpico, coi piedi stanchi e la schiena affaticata, pronti a godersi l’alba di quello successivo, credo sia più costruttivo e più bello sedersi attorno al fuoco, proprio come dopo una lunga camminata, e parlare del dislivello positivo, soprattutto se se ne è fatto davvero tanto, più che di quello negativo. Quello ci sarà sempre, ed è necessario, se si vuole scendere dalla cima e puntare a conquistare altre vette.
O anche solo tornare a casa e riposarsi.
Siamo molto fortunati ad avere lo sport. E la montagna. Perché possono davvero insegnarci a vivere una vita, in ogni ambito, migliore.
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Domenico Gallicchio, Lorenzo Roagna e altri 225

venerdì 21 gennaio 2022

Il sogno della farfalla

 Qessto articolo è stato scritto sulla mia pagina personale de IL MIO LIBRO per la rubrica:
Libri e cinema: come immagini il film tratto dal tuo romanzo preferito?


So che potrà sembrare un'affermazione colma di presunzione ed egocentrismo, ma mentirei se dicessi che il mio romanzo preferito non è Onirica Realtà, uno dei romanzi che negli anni mi sono divertito a scrivere.

Sia chiaro, non lo ritengo in nessun modo migliore stilisticamente di tantissimi capolavori che ho letto e ben lungi da me paragonarmi a scrittori che ritengo eccellenti.

Semplicemente, è il mio romanzo preferito perchè è mio, come un figlio è il più bravo della classe per ogni genitore. E dentro ci ho messo un po' di me, ovviamente, i miei pensieri, ciò che mi piace leggere nei libri, un po' della filosofia che tanto mi affascina.

Credo che ne verrebbe fuori una bella sceneggiatura per un film, se ci mettesse mano un bravo sceneggiatore.

Perché la storia si adagia su differenti piani di realtà, confondendo il sonno e la veglia, il mondo onirico con quello tangibile.

Sarebbe affascinante, suppongo, guardare una scena senza sapere se ciò che stiamo vedendo sia la realtà o il mondo che sta sognando il protagonista, e dover cercare degli elementi che ci aiutino a capirlo. Il regista sarebbe bravo a non svelarlo subito, ma a lasciarcelo intuire lentamente, magari inserendo degli elementi nella scena che, decontestualizzati. ci farebbero capire dove siamo, se di qua o di là.

E non solo sarebbe affascinante, ma sarebbe anche attuale. Non è forse ciò che ci succede quando sogniamo? E quando piano piano ci accorgiamo che stiamo sognando un "sogno lucido", il fulcro sul quale si poggia il romanzo in questione?

Mi immagino i protagonisti perché si sono creati nella mia mente e già nella stesura del testo me li immaginavo in carne e ossa. Sarebbe divertente vedere quanto i protagonisti del film assomiglino a quelli che avevo pensato, dare consigli al regista per cercare di fargli capire che caratteristiche dovrebbero avere; essere bravo a disegnare per farne un identikit utile a sezionare i provinanti.

Sarebbe bello, effettivamente, vedere il film di un mio romanzo, ma anche potenzialmente turbante: quanto sarebbe diverso da ciò che immaginava la mia mente così attaccata alla memoria fotografica?Quanto sarebbero in linea i due plot? Qaunto riuscirebbe a passare il messaggio che ho cercato di incastrarci dentro?

Mi immagino il finale del film e sorrido, perchè quando ho scritto quelle parole mi prefiguravo in che modo quella scena potesse essere riprodotta. E credo ne verrebbe fuori un gran bel finale.

Un'inquadratura si stringerebbe sul libro sulle ginocchia della ragazza, mettendo in risalto le parole della frase con cui si conclude il libro che lei sta leggemìndo e quello che stavamo leggendo noi, e quindi il nostro film:


"Un giorno Chuang Tzu sognò di essere una farfalla. Quando si svegliò non sapeva più se era Chuang Tzu che aveva sognato di essere una farfalla. o una farfalla che sognava di essere Chuang Tzu"





Il libro ONIRICA REALTA' è acquistabile su AMAZON , sulla mia pagina personale de IL MIO LIBRO o in qualsiasi libreria on line.

venerdì 14 gennaio 2022

Il leopardo delle nevi

 Alcuni libri li scegliamo noi.

Altri si fanno scegliere.

E altri ancora ci capitano in mano dopo una serie di coincidenze particolari che ci lasciano immaginare che quel libro prima o poi lo avremmo letto. Sembra scritto per noi. Ci chiediamo perchè non lo avessimo ancora letto. Ci ispira e, in qualche modo, ci cambia.

Quest'estate nel fiabesco viaggio fatto in India e in Nepal ho portato con me uno di questi libri: Il leopardo delle nevi di Peter Matthiensen.

Non lo conoscevo, fino a qualche mese fa, eppure ho scoperto che è considerato uno dei libri imprescindibili per gli amanti della montagna. E io la montagna la amo molto. E' il mio posto speciale, quella passione in più, che non c'entra nulla col tuo lavoro, con i tuoi studi, con ciò che hai fatto per la maggior parte dei tuoi giorni.

E' il mio posto speciale, la montagna, quel luogo dove senti di voler andare per stare bene, senza riuscire a spiegarti a pieno il motivo del perchè ti faccia stare bene, senza essere in grado al cento per cento di giustificarlo a chi ti chiede perchè. E' così e basta, quando sei lì sai che è il tuo posto speciale.

Per questo quando Paolo Cognetti un paio di anni fa vinse il Premio Strega con il romanzo Le Otto montagne, mi sentii attratto da quel libro, comprandolo e divorandolo. Bellissimo. Scoprii un autore che la montagna la vive, prima di riuscire a spiegarlo divinamente.

Quel libro mi spinse a leggerne un altro dello stesso autore, intitolato Senza mai arrivare in cima. L'ho comprato prima di andare a passare il breve periodo delle vacanze invernali in un piccolo appartamento sui monti, ad un'oretta da casa mia. E ho scoperto un altro piccolo gioiello, che racconta di Nepal e Tibet.

Coincidenza: io e la mia compagna stavamo decidendo  dove saremmo andati l'estate dopo, quale sarebbe stata la meta del nostro viaggio estivo, che ormai da quasi dieci anni facciamo regolarmente con lo scopo di vedere più mondo possibile.Nepal e Tibet erano tra le opzioni più gettonate. E come già ci è successo in passato, la decisione è stata influenzata dalla bellezza di un libro.

In Senza mai arrivare in cima Cognetti racconta del suo viaggio in quelle terre lontane, fatto in compagnia di un amico e di un libro: Il leopardo delle nevi. Eccolo lì.

Cognetti lo presenta imbevuto di qeull'imprescindibilità di cui si accennava qualche rigo fa, come un manuale, una guida. Ci spiega, mentre racconta, che lui è lì in conseguenza delle parole di Matthiensen.

Spinto anche lui dal suo amore per la montagna e trovandosi in un momento della propria vita in cui si decide di fare i conti con se stessi, per tutto il suo racconto si affida alle pagine del Leopardo, così lo chiama lui stesso. Lo legge più volte, ciclicamente, durante un'avventura che dura più di un mese tra le infinite montagne adagiate sul confine tra Nepal e Tibet. Le più alte e affascinanti del mondo.

La stessa avventura vissuta da Matthiensen nel 1973. Incisa nella storia tramite un libro capace davvero di cambiare la visione delle cose. In cui la montagna viene descritta in un modo che non mi era mai capitato di trovare. In cui un viaggio interminabile in uno degli ambienti più ostili del pianeta, fatto negli anni '70, alla ricerca di un mitologico animale e del proprio essere, si trasforma in una storia che meraviglia e fa sognare, che insegna ed emoziona.

Il mio viaggio in Nepal è stato cadenzato da questa avventura.

Non avrei potuto avere con me nessun altro libro. Un libro special, in un viaggio speciale, nel mio posto speciale.






Questa articolo è stato scritto sulla mia pagina personale del portale de il mio libro, per la rubrica:

Libri che ho letto quest'anno e che mi hanno cambiato la vita.

domenica 9 gennaio 2022

#TORNEREMOAVIAGGIARE

 Il nostro giorno d'oggi è in un certo modo quello degli hashtag che cadenzano la quotidianità. E' quello in cui c'è il #covid, in cui si vive nella speranza che #andratuttobene- E' quello in cui #iorestoacasa è il motto per eccellenza, che crea una forte discrepanza, forse, tra chi lo scrive perché a casa ci sta davvero e chi lo fa perché il nostro giorno d'oggi è in un certo modo quello degli hashtag che sostituiscono la realtà.

E' forse la più grande espressione di fantasia dell'era moderna. L' hastag e tutto ciò in cui lo si utilizza.

Tra i tanti che costellano i social in questi giorni così particolari, #torneremoaviaggiare è quello che mi ha colpito di più. Mi piace immaginarmi come viaggiatore. perché sono tra quelli che appena possono un viaggio lo fanno. Per il tempo che la folle società moderna gli concede.

Mi piace annoverarmi tra le persone che quando non possono viaggiare fisicamente, viaggiano con la fantasia, leggendo capolavori che raccontano di leggendarie traversate, di magiche esplorazioni, di migliaia di leghe sotto i mari o di fantastici giri del mondo a bordo di mongolfiere.

Mi piace, in questi giorni così particolari, vivere le avventure di fuggiaschi he fanno perdere le loro tracce nella frenesia dell'India, o ripercorrere il viaggio dell' homo sapiens nella storia, che lo ha portato a poter dare una forma ai propri pensieri digitando dei tasti di fronte ad uno schermo luminoso. Dalle pitture rupestri ad interi mondi racchiusi dentro ad un simbolo che ha chiamato cancelletto.

E senza dubbio mim piace pensare che a viaggiare ci torneremo davvero. Fisicamente e non. Questo periodo presto o tardi passerà. Si tornerà alla normalità. 

Teniamo duro, e ci saranno altri viaggi e altri geni che ce li racconteranno.

E' un mondo diverso da quello che i grandi classici ci hanno raccontato con tanta maestria, facendoci innamorare di tutte le meraviglie che chi ama viaggiare va cercando in giro per il pianeta. Ma non per questo non deve essere altrettanto misterioso ed affascinante.

Indescrivibile, se non con il più grande regalo che la Natura ci abbia fatto: la fantasia.

#teniamoduro e #torneremoaviaggiare.




Questo articolo è stato scritto sulla mia pagina personale del portale de ilmiolibro, per la rubrica: "Così siamo tornati a viaggiare con la fantasia".

Era il 20 aprile 2020 ed eravamo in lockdown.



venerdì 7 gennaio 2022

Ci vuole coraggio

 Mi piace molto, quando leggo i miei libri, piegare ad angolino la pagina in cui trovo una frase che so che non dimenticherò facilmente. O che vorrei, non dimenticare facilmente. So che per alcuni è un abominio, perché ritengono si vada a rovinare il libro.

Ma per me non lo si rovina affatto, anzi, lo si personalizza. Quando mi ricapita in mano quel libro, lo apro nelle pagine segnate e cerco la frase che mi aveva colpito. Riesco così a ripercorrere quelle sensazioni, a rivivere il periodo e il luogo in cui ero quando ho lasciato quel piccolo marchio.

A volte mi chiedo perché quale parole mi avessero colpito così tanto, e mi rendo conto che spessissimo ciò che ci colpisce in una citazione non è ciò che dice in sé, ma chi siamo noi mentre la stiamo leggendo.

Una delle frasi che so che non potrò mai dimenticare, però, nn è nascosta tra le pagine di un libro e segnata con un angolino, ma è l'epigrafe di uno dei libri più belli che io abbia mai letto: Il Leopardo delle nevi, di Peter Matthiessen.

Dopo la dedica, la prima cosa che si legge è una frase di Rainer Maria Rilke, che dopo qualche ricerca ho scoperto essere scritta in un piccolo trattato, opera dell'appena citato filosofo e scrittore: Lettere a un giovane poeta.

Cita:

"Questo è in fondo l'unico coraggio richiestoci: avere coraggio per ciò che di più strano, di più singolare e di più inspiegabile può succederci di incontrare. Che in questo senso l'umanità abbia palesato viltà ha arrecato un danno incalcolabile alla vita; le esperienze definite -visioni-, il cosiddetto  -mondo dello spirito-, la morte, ognuna di quelle cose che tanto ci riguardano sono state costrette lontano dalla vita a motivo delle quotidiane elusioni; così si sono atrofizzati quei sensi che ci avrebbero consentito di comprendere tali cose. Per non parlare di Dio."

Sono sicuro al cento per cento che non potrò mai dimenticarla, perché in uno dei miei amati viaggi, a Katamandu in Nepal, dove le leggevo le pagine del Leopardo, ho deciso di farne tradurre una parte che la rappresentasse in nepalese e di farmela tatuare sulla gamba sinistra. 

Perché nel momento in cui ho letto quelle parole, ero una persona che tramite esse ha dato una forma ad un suo pensiero latente, un pensiero che già viveva dentro di lei.

Ma alle volte qualcuno riesce ad esprimere un concetto in un modo che tu riesca capirlo come fio a quel momento non riuscivi a fare.

Forse sono quelle le frasi che ci piacciono di più  e che sappiamo da subito che non dimenticheremo mai. Non quelle che non conosciamo.

Ma quelle che già conoscevamo e che finalmente riusciamo a leggere.




Questo articolo è pubblicato sulla mia pagina personale del portale de Ilmiolibro, per la rubrica: "Le frasi che non dimenticheremo mai"

domenica 26 dicembre 2021

Sveglia

     Cammino con determinazione e naturalezza, il passo è costante e sicuro. Ad ogni gradino o ostacolo da superare sento i muscoli della gambe contrarsi con vigore, percepisco lo sforzo, senza che mi spaventi o mi disturbi. Mi soddisfa.

Mi appoggio sulle bacchette, la cui impugnatura è saldamente stretta nei palmi delle mie mani, e le utilizzo per cadenzare il ritmo, lasciandomi ipnotizzare dal suono prodotto dalle punte ormai smussate, che scintillano sulla pietra e infilzano il terreno umido. Metto i piedi dove dovrei metterli.

Il cuore batte violento e il sangue mi riecheggia tra orecchie e mandibola, respirando con forza cerco di controllarlo.

Pochi metri di dislivello mi separano dal colle, da lì si vedrà il bivacco. Ragiono su quanto aver ben chiara la meta ti aiuti a raggiungerla, su quanto ogni volta la montagna mi regali metafore e  paragoni con la vita di tutti i giorni. Su quanto la Natura, sempre, ci possa insegnare. Il flusso di coscienza in cui scorrono i miei pensieri mi riporta in quel bivacco a cui sto per arrivare.


    Non sapevo ancora andarci, in montagna, la prima volta che raggiunsi quel luogo. Ne avevo la possibilità, la montagna accoglie chiunque. Magnanima e magnificente. Ma saperci andare è un'altra cosa. Impari con gli anni, con le uscite. Con i consigli di chi è più esperto di te, con ciò che leggi nei libri. Con gli errori. Ancora una volta: che differenza c'è con la quotidianità?

Volevo dormire in bivacco. L'idea mi aveva sempre affascinato ma non ne avevo mai avuto l'occasione. Siamo sempre lì in bilico tra ciò che ci piacerebbe fare e ciò che poi effettivamente facciamo, tra la versione di noi stessi che ci piacerebbe essere e chi invece riusciamo ad essere davvero, persi nella frenesia del mondo che ci circonda, nelle convenzioni. Nella realtà. Credo sia giusto, a volte, decidere di fare e fare.


    Mentre ci ragiono di istinto tiro fuori dalla tasca della giacca il telefono e apro l'applicazione in cui leggo la mia posizione, il gps mi guida per mano lontano dai pericoli e mi mostra il mondo spalmato in due dimensioni.

Tocco con l'altra mano la tasca opposta, dove al tatto intuisco la presenza del mini caricatore ad energia solare, che mi infonde sicurezza e arricchisce il mio ego.



    Non solo non avevo l'applicazione, quel giorno a cui la mia mente è tornata, ma d'un tratto neanche lo smartphone. Non avevo ragionato sul fatto che anche in estate possa fare freddo. E col freddo la batteria crolla. Una banalità, per chi lo sa.

Dormire in bivacco, oltretutto neanche sapevo esattamente cosa volesse dire; e non mi ero informato più di tanto. Agivo per supposte conoscenze acquisite chissà dove: remote estati di gioventù passate con la famiglia tre le favolose Dolomiti, forse autrici di questa mia atavica passione per la montagna, racconti di amici, immagini di film. Eppure avevo deciso di andarci senza preoccuparmene. Che ci vuole, in fondo?


    Raggiunto il colle mi fermo per qualche istante, raddrizzo il capo e mi asciugo una guancia, un minuscolo insetto mi solletica la fronte. Il bivacco si intravede immerso in una nuvola che si sposta veloce, accarezzandolo. Mi sfilo lo zaino per prendere il sacchetto di frutta secca. Non ho particolarmente fame, ma so che l'ultimo strappo richiederà un po' di energia. La schiena si libera del carico e mi sento leggero, una fresca brezza raffredda la maglia bagnata facendomi accorgere di quanto io abbia sudato e chiedere se sia il momento di sostituirla con una asciutta. Una routine ormai consolidata.

Mastico guardandomi intorno, ogni rumore da me prodotto si sente con chiarezza e interrompe a tratti un silenzio difficile da trovare in altri luoghi. Sfilo dal comparto laterale dello zaino la borraccia, sorridendo per la forma che le tante ammaccature le hanno dato. L'acqua è ancora fresca e piacevolissima, la sete soddisfatta uno dei miei piaceri preferiti.

Sistemo tutto con attenzione e isso lo zaino in spalla, stringo le fettucce su pancia a torace e la schiena trova conforto, obbligata a stare dritta. Un paio di secondi di freddo, in cui il corpo deve riabituarsi all'umidità di maglia e schienale, e sono pronto a partire di nuovo.


    Quel sopracitato giorno riaffiorato alla mente non avevo una maglietta di ricambio. A metà percorso, che si stava rivelando più lungo di quanto avessi immaginato, la maglia che indossavo era zuppa. Colpa della felpa che indossavo e del guscio che ci avevo infilato sopra, probabilmente. Avevo avuto freddo, dopo un po' che camminavo, e mi ero coperto eccessivamente, con materiali non adeguati. Ricordo che tolsi la maglia con piacere, nonostante la temperatura esterna, e che strizzandola grondò sudore. Avevo dovuto mettere la felpa umida a contatto con la pelle e legare la maglietta bagnata allo zaino, sperando che si asciugasse sotto i raggi del sole. Era stato in quel momento di disagio che mi ero accorto che il sole non c'era più. Ero partito in condizioni ottimali: cielo aperto, prevalentemente limpido e colorato di un azzurro acceso e potente, poco vento, aria frizzante e profumata di odori leggeri. Ma poi il clima era cambiato, così velocemente ma allo stesso tempo così naturalmente da non lasciarmi il tempo di accorgermi quando fosse successo. Di colpo ero vestito male e troppo ed ero sudato marcio. Ma congelando. Bella la montagna, mi ero detto sarcasticamente.


    Un brivido mi corre lungo tutto il corpo, forse in memoria di quel freddo o di quel momento, e ringrazio il materiale tecnico che oggi indosso.

Dei sassi cadono da qualche parte e mi fermo cercando di intuire dove. Chiudo la bocca avida di ossigeno, inspiro col naso, espiro calmando l'affanno.

Ascolto il silenzio.

Una macchia si muove nel mio campo visivo e in ritardo mi arriva il rumore dello zoccolo sulla roccia, rimbalza qua e là attorno a me, si ripete. Lo stambecco si ferma appena lo vedo, al centro della parete rocciosa che mi si staglia davanti, rimane lì immobile come se fosse dipinto. Non c'è abbastanza spazio su quella cengia per tenere l'equilibrio, ma a lui non importa. E' giovane, le corna sono corte, a misurare tre o quattro inverni trascorsi. E' lontano rispetto a dove sono io, ma mi vede e mi guarda. Poi si gira, lecca il sale della parete e si sposta. Si muove in silenzio, salendo una scala fatta di gradini che non ci sono, come se li immaginasse e comparissero sotto le sue zampe. Dopo qualche attimo arriva anche il suono.

Riprendo a camminare e a ripensare a quel giorno.


    I primi stambecchi visti da vicino, ad aspettarmi a fianco del bivacco. Cinque, forse sei, non ricordo con esattezza. Come la mia testa era comparsa da dietro le rocce, semi nascosta dalla nebbia che nel frattempo aveva permeato l'ambiente, avevano alzato le loro all'unisono, orchestrati perfettamente da chissà cosa. Mi ero bloccato lì come loro, emozionato, nel timore di spaventarli e farli scappare. Vorrei aver pensato a godermi quel momento, e invece, lucidissimo, avevo ragionato sul fatto che il cellulare fosse morto, ma che avevo con me la macchina fotografica. Priorità assoluta: fare una foto. Perché? Per farla vedere ad altri, per condividere con più persone possibili quel momento vissuto da solo. Per mostrare cosa avessi trovato lassù tra i monti, in un posto così inusuale per i più. 

"Visto? Ho fatto tutta 'sta fatica e ho vinto un premio, beccatevi questa."

 O forse per avere un ricordo di quel momento. Ma guardando meglio, fermandomi lì ad assaporare quella scena, assimilandola, non avrei ora un ricordo ancora migliore? Avere un ricordo della foto fatta, l'era dello sharing frenetico: il valore di un istante è diventato misurabile in quante persone ne saranno a conoscenza. Che peccato, non aver goduto di quella eccezionalità.

Avevo fatto qualche passo verso di loro, i quali appurato che fossi un altro semplice umano in visita, avevano ripreso a mangiare e a pensare alle loro cose. Erano abituati alla presenza di escursionisti e scalatori, e rimanevano lì a condividere quello spazio con me, fedeli ad un tacito accordo secondo il quale ci saremmo lasciati in pace a vicenda. 

Intanto, distratto dalla loro presenza non avevo percepito un ulteriore cambio delle condizioni climatiche. Le nubi erano scese, la nebbia si era infittita, non c'era più luce. Gli stambecchi sparivano e apparivano, assieme al bivacco, che mi dava un punto di riferimento per capire quanto velocemente si stessero spostando le nuvole che ammantavano ormai tutto e rubavano i colori.

Il panorama tanto agognato era nascosto. Mi ero rintanato nel bivacco.

Dentro era freddo, quasi più di fuori. Ma la casupola d'emergenza era equipaggiata egregiamente. Oltre a scatole di pasta, caffè, bustine di zucchero, piccoli alimenti e cianfrusaglie, tutto sistemato su delle spartane mensole, c'erano quattro spessissime coperte di lana adagiate su magri materassi a loro volta adagiati su assi di legno. Un letto a castello artigianale regalava quattro posti letto alla piccola struttura. Era tutto una novità per me, entusiasta ed inesperto.

Ero partito da Torino convinto che sarebbe stata una notte magica, in compagnia delle stelle, di un buon libro e una buona birra, e della montagna in toto. E invece è stata una delle nottate più brutte di cui io abbia memoria.

Il freddo nelle ossa. L'attesa del sonno, assieme alla stanchezza. Il mal di testa. L'altitudine a cui non ero abituato, a dar malessere al corpo estenuato. Il prurito della lana. L'assenza del telefono. I pochi minuti di assopimento, disturbati da sogni starni. I rumori fuori, e quelli dentro.

Il ricordo di quella notte è vago e sfumato, ma ho ben chiaro ciò che pensavo. Mi chiedevo cosa ci fosse di bello, in tutto quello. Se ne valesse la pena. Se allora non avessero ragione gli altri, quelli che ti chiedono chi te lo faccia fare. Quelli che ti dicono che non ha senso ricercare apposta ciò che loro vedono come una fatica superflua, come un disagio inutile, che preferiscono la comodità. Quelli che ti chiedono il perché.

E  ricordo che pensavo che non lo avrei mai più fatto.


Arrivo al bivacco mentre sorrido notando che sto paradossalmente rivivendo quel pensiero proprio nel momento in cui giungo nuovamente lì.

Non ci sono gli stambecchi, ma sono passati da poco: piccoli ciuffi di pelo e feci sparse qua e là ne svelano il passaggio, mi illudo di sentirne l'odore che pervade l'aria. Più tardi torneranno, mi farà piacere incontrarli.

Apro la porta di quella casupola a me tanto cara, e tutto è rimasto come quel giorno. E' un aspetto della montagna che continua ad emozionarmi e affascinarmi, la sua immutabilità. Come se il tempo lassù scorresse a rallentatore.

Mi siedo al grezzo tavolo che occupa il centro del bivacco e, dopo un paio di piacevoli minuti di nulla, allungo la mano per prendere uno dei tre quaderni impilati l'un sull'altro che ci sono sotto la finestra. Lo conosco molto bene, ci scrissi sopra anni fa le mie prime parole scritte in un diario di alta quota, ignaro di quanti quaderni avrei trovato in futuro, e in quanti luoghi incredibili. Ero inconsapevolmente all'inizio di un lunghissimo viaggio. Scorro il tempo all'indietro, ora, e cerco la mia grafia.


"Oggi per la prima volta mi sono svegliato in bivacco. Ero arrabbiato e non vedevo l'ora di scendere, ma poi è successa una magia. Dalla finestra appannata non vedevo bene e sono uscito preparandomi ad immergermi nella nebbia come ieri sera. Ma le nuvole questa notte sono scese e ora formano un mare bianco e sconfinato tutto intorno me, qualche decina di metri più sotto, dal quale emergono solo le cime più alte. Credo sia la cosa più bella che io abbia mai visto. Oggi mi sono svegliato due volte. Ora capisco."


Chiudo il quadernetto e lo metto al suo posto, dove starà per sempre. Poi mi alzo e mi preparo alla notte, felice di essere qui. 

 



“Questa storia partecipa al Blogger Contest 2021” 

 

martedì 26 ottobre 2021

Buongiorno

 Che quando poi finisce, un incubo, uno subito lo rivive e rimane per un po' spaventato e titubante. Ma poi, dopo un po', se ne dimentica.

Resta per qualche istante quella sensazione di spaesamento, in cui ti guardi intorno e cerchi degli appigli nella realtà che ti circonda, che ti confermino che l'incubo è finito, che il peggio è passato. E che stai bene.

E subito non riesci a dare piena fiducia a quella realtà. Controlli nell'armadio, sotto il letto. Rimani in silenzio trattenendo il respiro. Nessun rumore.


Allora ricominci a vivere la tua quotidianeità. E ti accorgi di quanto bella sia, con tutti i suoi problemi e  i suoi casini, rispetto a quell'incubo che hai fatto.


Pare che per ora l'incubo sia finito.

La palestra pullula di bambini chiassosi e pieni di energia, trattenuta per troppo tempo. Di genitori che lasciano trapelare da dietro la mascherina un misto di apprensione e gioia, per quell'ora di lezione che a guardarla sembra che non sia mai successo nulla. Di giovani atleti che hanno dovuto in qualche modo mettere in pausa la corsa al proprio sogno, che hanno avuto davvero troppo tempo per guardarsi allo specchio e farsi domande, avere dubbi, chiedersi del loro futuro. Ma che a incubo finito sono qui come se ci fossero sempre stati. Anzi, con più voglia ed entusiasmo di prima.

Di campioni, che non hanno mai smesso di esserlo, nonostante tutto.


Ha piano piano ripreso forma e colore, la palestra. E assieme a lei tutto il mondo che ci circonda. Come la realtà che troviamo quando ci svegliamo dall'incubo, che lentamente si rimette a fuoco. Che lo sport è poi sempre lo specchio della vita.


Sai che ne farai altri di incubi, è inevitabile. Ma anche che sono quelli, quando ti svegli, che ti fanno capire quanto sia bella la realtà.


Siamo caduti forte. Ora è il momento di rialzarci.

Forza Accademia. Anzi, forza tutti.

Coach: Alessandro Bruyere




Questo articolo è stato pubblicato sul sito uffciale dell'Accademia Torino 

giovedì 2 settembre 2021

Un sogno "in raggiungibile"

Francesca è strana. Chi la conosce lo sa. Io la conosco, e lo so.


A volte se ne esce con delle robe assurde, che ti lasciano spiazzato.
Poi è un ossimoro vivente: capelli lunghi e biondi, visino grazioso, occhi luminosi. Che nascondono però un animo profondamente dark: tatuaggi di corvi, una passione per romanzi con sangue e omicidi.

Francesca è strana perché fa judo e fuori dal tatami è proprio bella, ma dentro al tatami proprio no. Cioè, lassù è tutto fuorché uno di quei talenti  che guarderesti combattere per ore. Posizione storta, tutta spigolosa, con quel suo piedino a gancetto, che manco Capitan Uncino in duello con Peter Pan.
Se fosse un calciatore sarebbe un classico Rino Gattuso, o un Pasquale Bruno, vecchia gloria del magico toro. Avrebbe i piedi quadrati, ma quel cuore infinito che ha.


Credo che sia quello ciò che le ha dato la forza di lottare contro i suoi fantasmi.
A volte il trascorso di una persona rimane nascosto ai più, ma guardando bene lo si può intravedere.

Francesca è strana, infatti, perché fa la cinica, ma ha fatto una magia.
Anni fa aveva un sogno, che pensava irraggiungibile.
Figlia di judoka e nipote di judoka, da bambina voleva fare le Olimpiadi. Per chi fa sport, ci si immagina un sogno più bello?
Ha così iniziato un percorso lungo e travagliato, costellato di gioie e di dolori. Ha vinto, e ha perso. Ha affrontato a testa alta biechi tentativi di bullismo, con intelligenza, determinazione e compassione. Ha riso e ha pianto. Ha ascoltato parole di lusinga e parole sconfortanti e colme d'odio. Ha smesso di fare ciò che più le piaceva fare, e poi ha ricominciato. Ha cambiato palestra, ha cambiato città, un paio di volte almeno, ha cambiato categoria. Ha sacrificato anni di gioventù prima e chili su chili poi, buttati a mo di carbone in una fucina in cui ardeva quel suo sogno, sempre lui, che cominciava piano piano ad avere una forma più concreta.
Ha sacrificato benessere fisico, e pure quello psichico. Arrivando a combattere ai più alti livelli facendo addirittura fatica a stare in piedi, per un problema alla schiena che le urlava di fermarsi.
Ma lo scriveva poco fa: Francesca è proprio strana.



Così strana che alla fine ridendo e scherzando, lo ha reso tangibile quel suo sogno.
Francesca  in poco più di due anni nella sua nuova categoria ha compiuto una vera e propria impresa e ha raggiunto il punteggio utile per qualificarsi alle Olimpiadi di Tokyo 2021. Non parteciperà, però, perché il regolamento prevede la partecipazione di un solo atleta per categoria. e Francesca ha sopra di sé in classifica un'altra grandissima atleta della Nazionale Italiana, anche lei con la sua storia alle spalle, che si merita di stare lì e a cui chi scrive augura un immenso in bocca al lupo.

Ma la vita alle volte è più strana anche di Francesca. E gioca degli scherzi che solo lei sa giocare. E a cui mai mi abituerò.


Ad ogni modo, TADAAAA, eccola lì la magia di Francesca: ha preso un sogno irraggiungibile e con pervicacia (e u pizzico di stranezza ovviamente) lo ha trasformato in raggiungibile.


Ma non solo per lei, è quello il bello, lo ha reso raggiungibile per chiunque abbia l'ardire di provarci.
Per questo sono così orgoglioso di lei. Perché ha lanciato un messaggio a tutti, ha infuso fiducia e speranza in chiunque conosca lei e la sua storia.
Si può fare, nonostante TUTTO. Si può fare davvero.


E strana come è. dopo un attimo per riprendersi dallo schiaffo subito in pieno volto, il suo pensiero ora non è più in Giappone, ma profumato di croissant e baguette, all'ombra della Tour Eiffel.

In fondo si può fare, se l'è insegnato da sola.







sabato 29 febbraio 2020

Seconda edizione di DOPO IL PUNTO COSA C'E'.

Ciao a tutti!
Per il mio compleanno, ho deciso di ristampare il mio primo romanzo: "Dopo il punto coa c'è."
La prima edizione è del 2008, e sembra una vita fa. Negli anni, di tanto in tanto, ho messo mano al manoscritto, aggiustando qualcosa, adattandolo al tempo, togliendo piccoli frammenti che non sentivo più tanto miei. Pensando che un giorno lo avrei stampato di nuovo, dato che la prima versione non è più in commercio. Cercavo però di non snaturarlo, perchè sono stato sempre innamorato della prima versione, per quanto imprecisa e "grezza". Era il mio primo libro, e il primo amore non si scorda mai.
Così eccolo qua, autoprodotto, per averlo ancora a disposizione, giusto rimaneggiato, ma sempre lui.
Chi volesse acquistarlo può trovarlo sul sito del portale Il Mio Libro, fantastico portale di self-publishing che con professionalità e competenza mi ha permesso di avere una nuova verisone del romanzo.
Ma anche tramite le librerie on line e Amazon (a oggi disonibile la versione ebook, ma a breve sarà disponibile anche quella cartacea). La copertina è quella che vedete qua sotto, l'altra, più scura (e senza il punto nel titolo) è quella della prima versione, che come accennavo prima non è più disponibile.
Chi volesse prenderlo da me e chi volesse qualsiasi altra informazioni mi può contattare in privato.
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A breve uscirà il mio nuovo libro: MI RIMETTO IN MOTO,edito dai ragazzi di Moto Taccuino Il racconto della vera affascinante storia di Davide "Zaza" Previdi, del trapianto di cuore a cui è stato sottoposto e del viaggio in moto fatto col mio amico Ferrari Daniele Budo e i ragazzi di Nati per la Moto. Tutti i proventi di questo fantastico progetto a cui ho avuto la fortuna di poter partecipare andranno in beneficienza, ma questa è un'altra storia. Che tra qualche giorno racconterò e spiegherò in ogni dettaglio a chiunque vorrà sentirla.

Pe raccedere al libro cliccare qui

martedì 11 settembre 2018

Il sentiero sotto i piedi

Questo brano fa parte di un fantastico progetto ideato dal Maestro Fabio La Malfa, ed è pubblicato nel volume intitolato "Judo, superare i propri limiti", pubblicato nel 2018 dalla Luni Editrice.

Per info sul libro cliccare qui





Mi chiamo Alessandro Bruyère, vivo a Torino, ho 35 anni, e sono un judoka.

Fa sempre sorridere osservare l’espressione di chi ascolta queste parole. E’ difficile che qualcuno non addetto ai lavori riesca a cogliere in quell’ultima parola, che così tanto mi rappresenta, l’essenza di ciò che nasconde.
Il mio presentarmi come judoka non è un mero affermare che, come si sente spesso nel linguaggio comune, faccio judo.
E non è neanche un tentativo di apparire in un certo modo o di appropriarmi di ciò che non è mio.
E’ un riconoscermi in quel termine. E’ un rendermi conto che ciò che sono, e chi sono, è il risultato di ciò che ho fatto finora. E nonostante io abbia fatto nella mia vita un sacco di cose meravigliose, alle base c’è sempre stato il judo. E’ sempre stato il mio filo di Arianna, ciò che mi ha aiutato a destreggiarmi nel labirinto della vita di tutti i giorni, e che ha sempre rappresentato per me il sentiero che ho avuto e che ho sotto i piedi.
Per questo, sono un judoka.

Mi è stato chiesto più volte, nell’arco di una vita intera, che cosa mi abbia dato il judo. Se dovessi fare un elenco dettagliato di ciò che sento che mi ha dato citerei senza dubbio la sicurezza in me stesso. La capacità di risolvere problemi e situazioni. L’adattabilità. La non paura di cadere, in qualsiasi circostanza, letterale e metaforica. La capacità, un grande classico, di rialzarmi. La bellezza della gara. La pervicacia e la testardaggine. La confidenza con la vittoria, e con la sconfitta. La tecnica. Le orecchie gonfie e le dita storte. Quell’irrazionale piacere di avercele, le orecchie rotte e le dita storte. Il rispetto e la disciplina. Il profumo del tatami, e la sensazione che quest’ultimo dà nel riempire la pianta di un piede abituato a salirvici.
Citerei la mia forza, non quella fisica ovviamente.
Citerei le delusioni, figlie legittime di aspettative e sogni. E quindi citerei i sogni. Quelli nel cassetto, quelli raggiunti e quelli che sono rimasti tali. In qualsiasi modo li si pensi, la benzina vera per un corpo semi perfetto come il nostro.
Citerei le innumerevoli gare e gli innumerevoli viaggi. Gli alberghi di lusso delle gare più prestigiose e quelli a una stella (forse) delle gare (forse) più belle. Pulimini, aerei, macchine, treni, bus. Catapecchie economiche e appartamenti mozzafiato. La capacità di fare la borsa. Centinaia, migliaia di borse. Fatte e sfatte e poi rifatte e risfatte. Come si piega un judogi? E una cintura?
Citerei, seguendo il flusso di coscienza in cui mi sono immerso, l’affetto mostratomi e sentito a mia volta per i miei genitori, mia madre sempre preoccupata e mio padre primo tifoso in assoluto, presente ad ogni gara. In qualche modo entrambi anche ad ogni allenamento. Se non fosse stato per loro non lo sarei, un judoka.  E mio fratello, senza il quale indubbiamente non sarei la persona che sono.

Citerei ancora una quantità illimitata di aspetti, credo, ma immagino che potrei assommarli tutti in un unico concetto: quello dell’esperienza.
Un’esperienza che è fatta di conoscenza e sensazioni, di emozioni difficile da dire. Di avvenimenti che rimarranno per sempre, alcuni esilaranti, altri incredibilmente emozionanti, altri umilianti, alcuni difficili da superare. Tutti irripetibili.
Credo che sia questo, ragionando mentre scrivo queste parole, il vero valore aggiunto del judo per me.

Non sono in grado di dire se esista o meno qualcos’altro in grado di fornire una medesima esperienza. Cioè, esiste senza dubbio, ma non conoscendo niente altro di simile non posso fare paragoni.
Credo che sia proprio l’esperienza che il judo ti dà, a renderti judoka al 100%.
E non sto intendendo l’esperienza data dal puro agonismo. E’ vero, il mio judo è sempre stato agonistico e improntato al raggiungimento di mete sportive. Ma come ho già avuto modo di scrivere in altre sedi, non penso si possa parlare di tipologie di judo differenti. Può essere diverso l’approccio, la quantità di tempo che ci si dedica, i fini. Ma il judo è sempre lo stesso. In qualsiasi modo e in qualsiasi luogo lo si pratichi, sono fermamente convinto che regali un’esperienza ineguagliabile. E diversa per ciascuno di noi. I miei studi e i miei viaggi hanno arricchito il mio judo, spogliandolo in parte dalle vesti di agonista e lasciandolo solo in judogi.

Ho avuto l’incredibile fortuna di poter fare del judo la mia vita in toto. E’ il mio lavoro, oltre che la mia passione. In seguito ai risultati ottenuti in età giovanile a 21 anni ho avuto il privilegio di entrare a far parte del Gruppo Sportivo delle Fiamme Azzurre, quello della Polizia Penitenziaria, che mi ha permesso di dedicarmi al 100% al tentativo di raggiungere i miei sogni e che tuttora mi permette di farlo.
Questa mia fortuna si è tradotta nel raggiungimento di un altro grande traguardo, quello di diventare un allenatore. Le sfide cambiano, le difficoltà si trasformano, le emozioni si moltiplicano. Il judo rimane.
Ora ho un modo per trovare un senso ai i miei errori, e per darne uno diverso a ciò che invece ho fatto bene. Ora guardo sia indietro lungo la strada fatta fino ad adesso, sia avanti verso quella che mi aspetta, e trovo un senso ancora maggiore a questa mia esperienza.
Il mio è un tentativo di trasmettere ciò che il judo mi ha dato e mi sta dando. Qui, con queste parole. Sul tatami, coi miei ragazzi. E nella vita di tutti i giorni, con le persone che mi stanno accanto.
L’obiettivo è quello di trovare il modo giusto per farlo. E’ difficile tradurre le proprie emozioni e le proprie sensazioni agli altri. Il rischio è quello di volere che le altre persone capiscano al volo, vivano le situazioni come le ho vissute io, imparino le cose come le ho imparate io. Più per facilità di comunicazione, che altro.

Ma proprio come quando combattevo, quando ogni avversario era diverso e ognuno aveva il suo modo personale di fare judo, rendendo quest’arte marziale senza dubbio una delle più affascinanti e difficili al mondo, ogni mio allievo, ogni persona, vive il judo e la vita a modo suo. E averlo capito davvero, dopo un attimo di sconforto di fronte ad una difficoltà così grande, mi ha dato una visione ancora più favolosa del judo, che come mio padre non si è mai stancato di ripetermi: è lo specchio della vita. E mi ha dato soprattutto nuovi stimoli e nuova voglia di continuare a calcare quel tatami.
E capisco che non solo il judo mi ha dato ciò che sono, ma mi darà ciò che sarò. Che io continui a salirci sul tatami, come spero fermamente, sia che io non lo faccia.
Non è questione di fare judo, ma di essere judoka.

venerdì 7 settembre 2018

Gita al Bric Ghinivert

Accademia on the Rocks



Sabato 21/07/2018
Destinazione: Bric Ghinivert. Alpi Cozie, Alpi del Monginevro. 3037 mt. Parco Naturale della Val Troncea. Partenza: Laval. Parcheggio a pagamento: 5 euro. Possibilità di navetta: 5 euro a/r. 3,5 euro a tratta. Fino a Rifugio Troncea 1915 mt. 3486053503 per prenotare il servizio.


E’ forse raro vedere un gruppo così eterogeneo inerpicarsi in fila indiana su per sentieri montani e paesaggi mozzafiato. Eppure oggi il judo dell’Accademia Torino ha deciso di colorare in maniera variegata e inusuale la splendida Val Troncea, andando alla conquista coi sui judoka dei 3037 mt del Bric Ghinivert.

Il “bullmino” e la macchina del veterano Giorgio hanno infatti fatto scendere nel parcheggio di Laval, località deliziosa subito oltre Pragelato e Pattemouche, ben 12 atleti e il coach Ale. Le regole del parco prevedono infatti la possibilità di lasciare i mezzi nel parcheggio di Laval, al prezzo di 5 euro, e di poter decidere se raggiungere il Rifugio Troncea a piedi (40 min.circa) o usufruendo del servizio navetta (5 euro a/r, 5-10 minuti di tragitto).
I preparativi sono lenti a raffazzonati, ma anche se in fretta e furia i judoka riescono a farsi trovare puntuali (partenza ore 09.00 dal parcheggio) e a raggiungere così il rifugio. Un veloce caffè e le ultime dritte del coach, soprattutto ai neofiti: la passeggiata è facile e sicura, ma la montagna non va mai sottovalutata e va sempre rispettata. Un po’ come un compagno/avversario di judo.
Concentrarsi, respirare e aprire gli occhi e le orecchie. E via.

Il sentiero Ept 320 inizia poco sopra il rifugio, ed è sempre molto ben segnalato. Tramite di esso ci si infila in un fresco lariceto e tramite altrettanto facili tornanti si guadagna gradatamente quota, uscendo lentamente dal bosco e continuando su pendii erbosi. Un bivio permette di allungare il percorso passando dall’ Angolo e dalle miniere di rame abbandonate, girando a destra, ma la squadra di torelli decide di avviarsi verso la cima, ed eventualmente di compiere un anello al ritorno.
Continua il sentiero e continuano i tornanti sempre senza grosse difficoltà e con pendenze sempre poco faticose, e in due orette e mezza circa, considerate anche le numerose pause tentate dai ragazzi, ma smorzate dal coach, i judoka raggiungono lo splendido colle del Beth con i suoi affascinanti laghi. La temperatura è alta, e un favorevole sprazzo di cielo azzurro fa pensare a tutti (quasi) la stessa cosa. Da lì a dar via alla pazzia è un attimo: ad uno ad uno i ragazzi (chi di sua spontanea volontà chi un po’ più forzato..) si spogliano ed ognuno a modo suo trasforma quella piscina naturale dai colori che sanno di dipinto in un gelido parco acquatico. 
Il sole gioca con loro, nascondendosi all’ occasione dietro nuvole che da lì in avanti si faranno sempre più grosse e pesanti, costringendo i ragazzi alla repentina ritirata.

Il Bivacco del Colle del Beth, subito sopra i laghi, è una location perfetta per un pasto veloce e una pausa rigenerante. E’ chiuso e le chiavi sono da richiedere e ritirare direttamente all’ ingresso del parco chiamando preventivamente (10 euro a notte su prenotazione), ma nonostante ciò offre riparo dal vento e comode panchine.
Dopo un panino veloce i torelli decidono di lasciare gli zaini nel locale invernale, sempre aperto e molto spartano, e di andare finalmente in cima. Il Bric Ghinivert dista meno di un’oretta, durante la quale si risale l’evidente punta su pietraia e sfasciumi spruzzati qua e là di neve, ma potendo seguire una traccia ben segnalata da ometti e qualche segno di vernice. Difficile sbagliarsi in ogni caso, la croce di cima compare dopo un breve tratto, non resta che guardare bene su che pietra si poggia il piede e salire buttando un occhio verso l’alto.
La cima è un vero spettacolo. Il panorama a 360 gradi regala un’ottima visuale di tutta la Val Troncea, con un affaccio fantastico sui laghi e il bivacco, che giacciono tranquilli su di un terrazzo naturale circondato dalle ultime nevaie che intaccano un verde non ancora accesissimo ma suggestivo.
Qualche ragazzo soffre l’altezza, per alcuni di loro è la prima volta in quota. Ma l’euforia di aver raggiunto tutti insieme l’obiettivo eclissa ogni altra sensazione. L’emozione è palpabile, anche tra i più abituati. Andare in montagna in tanti può essere un problema sotto tanti aspetti, ma la condivisione di quel momento ripaga tutto il resto. Si starebbe su per delle ore.

Le nuvole però iniziano a gonfiarsi su in alto e la nebbia sembra volerle raggiungere dal basso. Una lieve pioggerella bagna delicatamente i k-way del gruppo, che a malincuore decide di iniziare la discesa.
Il ritorno al bivacco è veloce e divertente. Da lì, il coach e Giorgio studiano la cartina e decidono per l’anello. Dopo un tratto iniziale sul percorso di salita, si devia a sinistra verso le miniere. E’ troppo tardi e il tempo troppo brutto per cercarle e visitarle, e così si scende ancora. Raggiunto il punto chiamato l’Angolo, altra deviazione. Entrano in gioco cartina e bussola, visto che ormai la visibilità è poca. Una bozza di sentiero, sicuramente utilizzato dai pastori, scende ripido verso il punto in cui (teoricamente) si trova il rifugio. Nonostante la pioggia intervallata da breve schiarite, le mucche puntellano il tragitto, curiose dello strano gruppo che scende zoppicando dai loro campi. Qualche marmotta fugge bagnata da una tana all’ altra, dopo aver salutato i ragazzi con i loro acuti fischi.
In un paio di ore mai piacevoli per ginocchia provate dallo sport, in cui si attraversano due torrenti che tagliano i relativi valloni, si intravede finalmente il rifugio alla fine del bosco di larici affrontato da un altro ingresso.
E dopo 6 ore e 22 esatte, l’anello è completato, per un totale di 12 km e di 1000 mt di dislivello in salita e altrettanti in discesa.

Il Rifugio è aperto e operativo, e la navetta a disposizione per riportare alle macchine i nostri ragazzi. Un tagliere di salumi e toma e birre e acqua fresche sanciscono la fine dell’avventura, che senza dubbio ha avuto l’effetto desiderato. Non solo regalare paesaggi pazzeschi anche ai più abituati, non solo fungere da allenamento estivo e  unire ancora di più il gruppo. Ma anche far assaggiare la montagna ai judoka che non la conoscevamo, di quel sapore di cui poi, una volta conosciuto, difficilmente si riesce a fare meno.

#forzatorelli

mercoledì 23 novembre 2016

Studente e judoka

Studio e Sport, connubio possibile.

Mi chiamo Alessandro Bruyère, sono insegnante tecnico di judo del Gruppo Sportivo delle Fiamme Azzurre, per il quale ho combattuto per tanti anni. Ho avuto l’onore di vestire i colori della Nazionale Italiana ed ho fatto del judo la mia vita. Questa disciplina meravigliosa permea oggi per intero la mia quotidianità.

Sia il judo che i miei genitori mi hanno sempre insegnato che, sbilanciandosi troppo, inevitabilmente, si cade e che per trovare equilibrio occorre bilanciare. Ho dunque ricercato nello studio il mio contrappeso alla disciplina sportiva.

Finito il liceo, ho deciso iscrivermi all’Università di Lettere e Filosofia. Pur con qualche ritardo, posso dire di aver completato il mio corso di studi e di potermi orgogliosamente fregiare del titolo di dottore in Filosofia.

E’ dunque impossibile conciliare sport e studio? Evidentemente no. E’ facile? Nemmeno, in tutta sincerità.

Sul tatami ho imparato che una cosa difficile non è altro che un limite il cui superamento prevede una sfida con se stessi. Se l’atteggiamento è positivo tutto diventa raggiungibile. E la difficoltà del percorso non fa che rendere ancora più soddisfacente la meta.

Ma come coniugare la scuola superiore o il percorso di studi universitario con la pratica sportiva, considerando i sacrifici che richiedono?

E’ innegabile che i tempi cambino e che la società sia in continuo mutamento. Lo sport conquista spazio nella vita dei ragazzi, sponsorizzato e divulgato incommensurabilmente dalla tv satellitare, da internet, dai social network.

Per molti, purtroppo, la conquista resta virtuale, per altri, invece, diventa fattore centrale della vita che porta ad aspirare a diventare un campione, ad essere uno sportivo di fama internazionale, a coltivare il sogno di una vittoria olimpica.

La recenti medaglie di Rio conquistate da Fabio Basile e Odette Giuffrida hanno dato una scossa di grande energia al movimento del judo italiano, amplificando l’impegno ed il desiderio di successo di tanti ragazzi che, in maniera quasi tangibile, hanno potuto percepire quella sensazione trionfale.

Ma la vita di tutti i giorni richiama poi all’ordine. “Maestro, stasera non ci sono chè domani ho una verifica a scuola”, “Ho un’ esame all’Università”. Quante volte in una stagione si sentono queste frasi. Quante volte le ho pronunciate io stesso.

Sembra di trovarsi ogni volta di fronte ad un bivio. Che strada percorro? Qual è la scelta più giusta?

Indubbiamente il vero judoka, come ogni vero atleta, inconsciamente sa già dove vorrebbe andare. La vita reale, tuttavia, disciplinata da una coscienza matura o dai consigli dei più esperti genitori, invita ad evitare di adottare scelte impulsive. Si perderebbe forse l’equilibrio. Ci sono strade, infatti, che non si possono percorrere a ritroso.

Arriva infatti quel giorno in cui ci si accorge che è troppo tardi per studiare e che i sogni non dipendono solo più da noi ma da come necessariamente va il corso degli eventi. Ci si rammarica di non aver tenuto più le porte aperte, di non aver imboccato contemporaneamente, anche se più faticosamente, l’una e l’altra strada.

In questo panorama diventa senza dubbio condizionante il ruolo di genitori, allenatori e istituzioni.

Il confine tra il sostegno e il divieto diventa davvero sottile e quasi si confonde. La difficoltà maggiore sta nel cercare di convincere l’atleta a dedicarsi allo studio, non senza trascurare lo sport. O viceversa.

Purtroppo tra famiglia e allenatore è frequente vi sia un rapporto conflittuale dato dalla diversa direzione nella quale si vuol orientare il ragazzo. Ci si dimentica che il futuro equilibrato di questi dipende proprio dalla  capacità di armonizzare le direttive delle figure che lo seguono e lo spronano.

È dunque auspicabile si trovi un punto di incontro tra le società sportive, le famiglie e la scuola. Questa sinergia pare essere la soluzione ideale affinchè si radichi la consapevolezza che il raggiungimento del successo in ambito sportivo non può prescindere, ed anzi, si alimenti dei successi ottenuti nello studio.

Ciò che conta è aiutare il ragazzo ad acquisire un metodo generale di approccio alle cose che possa  condurlo autonomamente a trovare il giusto equilibrio nella vita e a capire in che modo potersi dedicare contemporaneamente allo studio e alla disciplina sportiva. Ovunque arrivi quel ragazzo, lo farà coscienziosamente, con le sue forze, sicuro di sé, senza mai perdere l’equilibrio.

L’appoggio delle istituzioni, infine, completa il quadro. La Circolare Ministeriale n. 20 del 4/3/2011 e il DPR n. 122/2009 (Validità dell’anno scolastico per la valutazione degli alunni nella scuola secondaria di primo e secondo grado) emanata dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Dipartimento per l’Istruzione, Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e per l’Autonomia Scolastica, traccia un solco normativo alla coniugazione tra studio e sport e pone l’attenzione sulle assenze scolastiche per motivazioni sportive.

L’articolo 14, comma 7 della C.M. e gli artt. 2 e 14 del DPR [nota n. 1 in allegato] evidenziano come come siano previste dalla scuola secondaria di primo e secondo grado delle deroghe al limite delle assenze  (obbligatori tre quarti di presenza del monte ore annuale), se documentate e continuative. E a condizione che tali assenze non pregiudichino la possibilità di valutare gli alunni interessati. Tra le casistiche apprezzabili ai fini delle deroghe vengono citate proprio le assenze dovute a: partecipazione ad attività sportive e agonistiche organizzate da federazioni riconosciute dal C.O.N.I.

A completamento della sopracitata Circolare Ministeriale si aggiunge la nota n. 2065 del 2 marzo 2011, con oggetto: D.P.R. 22.6.2009, n. 122 – Numero massimo assenze annuali e svolgimento pratica sportiva agonistica, dove si legge:

Non si tratta di un principio assoluto riducibile ad un mero accertamento aritmetico ma di disposizioni che mirano a contrastare comportamenti ascrivibili a disimpegno dalla vita scolastica. Sono infatti previste delle deroghe motivate in rapporto alle cause che hanno determinato le assenze e che debbono essere oggetto di attenta valutazione da parte dei consigli di classe, fermo restando che debbono comunque sussistere elementi di giudizio sufficienti per la valutazione degli apprendimenti degli alunni.”

(Per le assenze dovute allo svolgimento della pratica sportiva agonistica si rimanda alla nota n. 2065 del 2 marzo u.s., richiamata dalla Circolare del M.I.U.R.)

Leggendo attentamente sia la Circolare Ministeriale che la nota citata, ci si accorge di come anche il Ministero dell’Istruzioni sposi l’idea della ricerca di un giusto compromesso, che non penalizzi gli atleti ma che garantisca in ogni caso un corretto approccio al percorso di studi. Il richiamo alla “attenta valutazione dei consigli di classe” è la clausola che lascia aperta la questione e rimanda al buon senso e all’ampiezza della visione di chi ha il coltello dalla parte del manico.

Lo sforzo, dunque, deve avvenire da parte di tutte le figure coinvolte nel progetto: ragazzo, genitori, struttura sportiva, istituzioni. Se l’obiettivo è chiaro e comune e se si arriva a capire che il miglioramento di un singolo individuo determina il miglioramento dell’intera società, allora il raggiungimento di quell’obiettivo non solo non è impossibile, ma diventa la scelta migliore.

Lo stesso Jigoro Kano, il fondatore del judo, professava due principi: il “miglior uso dell’energie” e il “tutti assieme per progredire”, convinto che tramite l’educazione scolastica e il judo ogni individuo potesse migliorarsi ed accrescere il suo spirito, migliorando di conseguenza la società.

In quest’ottica diventa possibile non solo percorrere le due diverse strade, ma anche farle coincidere. I due diversi percorsi si intrecciano senza soluzione di continuità, arrivando a formarne uno unico e più completo.

Personalmente, ho cercato di farlo, arrivando a scegliere come tesi di laurea un argomento che fosse lo specchio della mia vita e della mia “strada”. Ho cercato di intrecciare il mio percorso di studi con il judo e ho capito che l’elemento in comune non era altro che il filo di Arianna che ci ha portato fin qui: la Via di ognuno di noi.

Ho analizzato il concetto di Via ed ho scritto una dissertazione dal titolo: La Via è sotto i piedi. Analisi del concetto di Via nel Buddhismo, nello Zen e nelle arti marziali.. La Via è l’argomento, il judo - la via della cedevolezza - il punto di arrivo.

E’ stato un koan Zen ad ispirare la mia tesi, una sorta di precetto dei monaci Zen che non ha soluzioni definitive e sul quale loro meditano, cercando di scoprirci all’interno la miglior interpretazione. E’ un koan che si inserisce perfettamente nel discorso fatto fin qui ed esalta il pensiero che in fondo dipende tutto da come ognuno di noi decide di indirizzare la propria vita e con il quale concluderò questa trattazione, sperando possa regalarvi ciò che ha regalato a me:

 “La via è sotto i vostri piedi”.

Alessandro Bruyère

 

Nota 1:

L’articolo 14, comma 7, del Regolamento prevede che “le istituzioni scolastiche possono stabilire, per casi eccezionali, analogamente a quanto previsto per il primo ciclo, motivate estraordinarie deroghe al suddetto limite [dei tre quarti di presenza del monte ore annuale]. Tale deroga è prevista per assenze documentate e continuative, a condizione, comunque, che tali assenze non pregiudichino, a giudizio del consiglio di classe, la possibilità di procedere alla valutazione degli alunni interessati”.

Spetta, dunque, al collegio dei docenti definire i criteri generali e le fattispecie che legittimano la deroga al limite minimo di presenza. Tale deroga è prevista per casi eccezionali, certi e documentati. È compito del consiglio di classe verificare, nel rispetto dei criteri definiti dal collegio dei docenti e delle indicazioni della presente nota, se il singolo allievo abbia superato il limite massimo consentito di assenze e se tali assenze, pur rientrando nelle deroghe previste dal collegio dei docenti, impediscano, comunque, di procedere alla fase valutativa, considerata la non sufficiente permanenza del rapporto educativo.

Ad ogni buon conto, a mero titolo indicativo e fatta salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche, si ritiene che rientrino fra le casistiche apprezzabili ai fini delle deroghe previste, le assenze dovute a:

gravi motivi di salute adeguatamente documentati;
terapie e/o cure programmate;
donazioni di sangue;
partecipazione ad attività sportive e agonistiche organizzate da federazioni riconosciute dal C.O.N.I.;
adesione a confessioni religiose per le quali esistono specifiche intese che considerano il sabato come giorno di riposo (cfr. Legge n. 516/1988 che recepisce l’intesa con la Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno; Legge n. 101/1989 sulla regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione delle Comunità Ebraiche taliane, sulla base dell’intesa stipulata il 27 febbraio 1987).
 

scritto il 23 nov 2016