venerdì 14 gennaio 2022

Il leopardo delle nevi

 Alcuni libri li scegliamo noi.

Altri si fanno scegliere.

E altri ancora ci capitano in mano dopo una serie di coincidenze particolari che ci lasciano immaginare che quel libro prima o poi lo avremmo letto. Sembra scritto per noi. Ci chiediamo perchè non lo avessimo ancora letto. Ci ispira e, in qualche modo, ci cambia.

Quest'estate nel fiabesco viaggio fatto in India e in Nepal ho portato con me uno di questi libri: Il leopardo delle nevi di Peter Matthiensen.

Non lo conoscevo, fino a qualche mese fa, eppure ho scoperto che è considerato uno dei libri imprescindibili per gli amanti della montagna. E io la montagna la amo molto. E' il mio posto speciale, quella passione in più, che non c'entra nulla col tuo lavoro, con i tuoi studi, con ciò che hai fatto per la maggior parte dei tuoi giorni.

E' il mio posto speciale, la montagna, quel luogo dove senti di voler andare per stare bene, senza riuscire a spiegarti a pieno il motivo del perchè ti faccia stare bene, senza essere in grado al cento per cento di giustificarlo a chi ti chiede perchè. E' così e basta, quando sei lì sai che è il tuo posto speciale.

Per questo quando Paolo Cognetti un paio di anni fa vinse il Premio Strega con il romanzo Le Otto montagne, mi sentii attratto da quel libro, comprandolo e divorandolo. Bellissimo. Scoprii un autore che la montagna la vive, prima di riuscire a spiegarlo divinamente.

Quel libro mi spinse a leggerne un altro dello stesso autore, intitolato Senza mai arrivare in cima. L'ho comprato prima di andare a passare il breve periodo delle vacanze invernali in un piccolo appartamento sui monti, ad un'oretta da casa mia. E ho scoperto un altro piccolo gioiello, che racconta di Nepal e Tibet.

Coincidenza: io e la mia compagna stavamo decidendo  dove saremmo andati l'estate dopo, quale sarebbe stata la meta del nostro viaggio estivo, che ormai da quasi dieci anni facciamo regolarmente con lo scopo di vedere più mondo possibile.Nepal e Tibet erano tra le opzioni più gettonate. E come già ci è successo in passato, la decisione è stata influenzata dalla bellezza di un libro.

In Senza mai arrivare in cima Cognetti racconta del suo viaggio in quelle terre lontane, fatto in compagnia di un amico e di un libro: Il leopardo delle nevi. Eccolo lì.

Cognetti lo presenta imbevuto di qeull'imprescindibilità di cui si accennava qualche rigo fa, come un manuale, una guida. Ci spiega, mentre racconta, che lui è lì in conseguenza delle parole di Matthiensen.

Spinto anche lui dal suo amore per la montagna e trovandosi in un momento della propria vita in cui si decide di fare i conti con se stessi, per tutto il suo racconto si affida alle pagine del Leopardo, così lo chiama lui stesso. Lo legge più volte, ciclicamente, durante un'avventura che dura più di un mese tra le infinite montagne adagiate sul confine tra Nepal e Tibet. Le più alte e affascinanti del mondo.

La stessa avventura vissuta da Matthiensen nel 1973. Incisa nella storia tramite un libro capace davvero di cambiare la visione delle cose. In cui la montagna viene descritta in un modo che non mi era mai capitato di trovare. In cui un viaggio interminabile in uno degli ambienti più ostili del pianeta, fatto negli anni '70, alla ricerca di un mitologico animale e del proprio essere, si trasforma in una storia che meraviglia e fa sognare, che insegna ed emoziona.

Il mio viaggio in Nepal è stato cadenzato da questa avventura.

Non avrei potuto avere con me nessun altro libro. Un libro special, in un viaggio speciale, nel mio posto speciale.






Questa articolo è stato scritto sulla mia pagina personale del portale de il mio libro, per la rubrica:

Libri che ho letto quest'anno e che mi hanno cambiato la vita.

domenica 9 gennaio 2022

#TORNEREMOAVIAGGIARE

 Il nostro giorno d'oggi è in un certo modo quello degli hashtag che cadenzano la quotidianità. E' quello in cui c'è il #covid, in cui si vive nella speranza che #andratuttobene- E' quello in cui #iorestoacasa è il motto per eccellenza, che crea una forte discrepanza, forse, tra chi lo scrive perché a casa ci sta davvero e chi lo fa perché il nostro giorno d'oggi è in un certo modo quello degli hashtag che sostituiscono la realtà.

E' forse la più grande espressione di fantasia dell'era moderna. L' hastag e tutto ciò in cui lo si utilizza.

Tra i tanti che costellano i social in questi giorni così particolari, #torneremoaviaggiare è quello che mi ha colpito di più. Mi piace immaginarmi come viaggiatore. perché sono tra quelli che appena possono un viaggio lo fanno. Per il tempo che la folle società moderna gli concede.

Mi piace annoverarmi tra le persone che quando non possono viaggiare fisicamente, viaggiano con la fantasia, leggendo capolavori che raccontano di leggendarie traversate, di magiche esplorazioni, di migliaia di leghe sotto i mari o di fantastici giri del mondo a bordo di mongolfiere.

Mi piace, in questi giorni così particolari, vivere le avventure di fuggiaschi he fanno perdere le loro tracce nella frenesia dell'India, o ripercorrere il viaggio dell' homo sapiens nella storia, che lo ha portato a poter dare una forma ai propri pensieri digitando dei tasti di fronte ad uno schermo luminoso. Dalle pitture rupestri ad interi mondi racchiusi dentro ad un simbolo che ha chiamato cancelletto.

E senza dubbio mim piace pensare che a viaggiare ci torneremo davvero. Fisicamente e non. Questo periodo presto o tardi passerà. Si tornerà alla normalità. 

Teniamo duro, e ci saranno altri viaggi e altri geni che ce li racconteranno.

E' un mondo diverso da quello che i grandi classici ci hanno raccontato con tanta maestria, facendoci innamorare di tutte le meraviglie che chi ama viaggiare va cercando in giro per il pianeta. Ma non per questo non deve essere altrettanto misterioso ed affascinante.

Indescrivibile, se non con il più grande regalo che la Natura ci abbia fatto: la fantasia.

#teniamoduro e #torneremoaviaggiare.




Questo articolo è stato scritto sulla mia pagina personale del portale de ilmiolibro, per la rubrica: "Così siamo tornati a viaggiare con la fantasia".

Era il 20 aprile 2020 ed eravamo in lockdown.



venerdì 7 gennaio 2022

Ci vuole coraggio

 Mi piace molto, quando leggo i miei libri, piegare ad angolino la pagina in cui trovo una frase che so che non dimenticherò facilmente. O che vorrei, non dimenticare facilmente. So che per alcuni è un abominio, perché ritengono si vada a rovinare il libro.

Ma per me non lo si rovina affatto, anzi, lo si personalizza. Quando mi ricapita in mano quel libro, lo apro nelle pagine segnate e cerco la frase che mi aveva colpito. Riesco così a ripercorrere quelle sensazioni, a rivivere il periodo e il luogo in cui ero quando ho lasciato quel piccolo marchio.

A volte mi chiedo perché quale parole mi avessero colpito così tanto, e mi rendo conto che spessissimo ciò che ci colpisce in una citazione non è ciò che dice in sé, ma chi siamo noi mentre la stiamo leggendo.

Una delle frasi che so che non potrò mai dimenticare, però, nn è nascosta tra le pagine di un libro e segnata con un angolino, ma è l'epigrafe di uno dei libri più belli che io abbia mai letto: Il Leopardo delle nevi, di Peter Matthiessen.

Dopo la dedica, la prima cosa che si legge è una frase di Rainer Maria Rilke, che dopo qualche ricerca ho scoperto essere scritta in un piccolo trattato, opera dell'appena citato filosofo e scrittore: Lettere a un giovane poeta.

Cita:

"Questo è in fondo l'unico coraggio richiestoci: avere coraggio per ciò che di più strano, di più singolare e di più inspiegabile può succederci di incontrare. Che in questo senso l'umanità abbia palesato viltà ha arrecato un danno incalcolabile alla vita; le esperienze definite -visioni-, il cosiddetto  -mondo dello spirito-, la morte, ognuna di quelle cose che tanto ci riguardano sono state costrette lontano dalla vita a motivo delle quotidiane elusioni; così si sono atrofizzati quei sensi che ci avrebbero consentito di comprendere tali cose. Per non parlare di Dio."

Sono sicuro al cento per cento che non potrò mai dimenticarla, perché in uno dei miei amati viaggi, a Katamandu in Nepal, dove le leggevo le pagine del Leopardo, ho deciso di farne tradurre una parte che la rappresentasse in nepalese e di farmela tatuare sulla gamba sinistra. 

Perché nel momento in cui ho letto quelle parole, ero una persona che tramite esse ha dato una forma ad un suo pensiero latente, un pensiero che già viveva dentro di lei.

Ma alle volte qualcuno riesce ad esprimere un concetto in un modo che tu riesca capirlo come fio a quel momento non riuscivi a fare.

Forse sono quelle le frasi che ci piacciono di più  e che sappiamo da subito che non dimenticheremo mai. Non quelle che non conosciamo.

Ma quelle che già conoscevamo e che finalmente riusciamo a leggere.




Questo articolo è pubblicato sulla mia pagina personale del portale de Ilmiolibro, per la rubrica: "Le frasi che non dimenticheremo mai"

domenica 26 dicembre 2021

Sveglia

     Cammino con determinazione e naturalezza, il passo è costante e sicuro. Ad ogni gradino o ostacolo da superare sento i muscoli della gambe contrarsi con vigore, percepisco lo sforzo, senza che mi spaventi o mi disturbi. Mi soddisfa.

Mi appoggio sulle bacchette, la cui impugnatura è saldamente stretta nei palmi delle mie mani, e le utilizzo per cadenzare il ritmo, lasciandomi ipnotizzare dal suono prodotto dalle punte ormai smussate, che scintillano sulla pietra e infilzano il terreno umido. Metto i piedi dove dovrei metterli.

Il cuore batte violento e il sangue mi riecheggia tra orecchie e mandibola, respirando con forza cerco di controllarlo.

Pochi metri di dislivello mi separano dal colle, da lì si vedrà il bivacco. Ragiono su quanto aver ben chiara la meta ti aiuti a raggiungerla, su quanto ogni volta la montagna mi regali metafore e  paragoni con la vita di tutti i giorni. Su quanto la Natura, sempre, ci possa insegnare. Il flusso di coscienza in cui scorrono i miei pensieri mi riporta in quel bivacco a cui sto per arrivare.


    Non sapevo ancora andarci, in montagna, la prima volta che raggiunsi quel luogo. Ne avevo la possibilità, la montagna accoglie chiunque. Magnanima e magnificente. Ma saperci andare è un'altra cosa. Impari con gli anni, con le uscite. Con i consigli di chi è più esperto di te, con ciò che leggi nei libri. Con gli errori. Ancora una volta: che differenza c'è con la quotidianità?

Volevo dormire in bivacco. L'idea mi aveva sempre affascinato ma non ne avevo mai avuto l'occasione. Siamo sempre lì in bilico tra ciò che ci piacerebbe fare e ciò che poi effettivamente facciamo, tra la versione di noi stessi che ci piacerebbe essere e chi invece riusciamo ad essere davvero, persi nella frenesia del mondo che ci circonda, nelle convenzioni. Nella realtà. Credo sia giusto, a volte, decidere di fare e fare.


    Mentre ci ragiono di istinto tiro fuori dalla tasca della giacca il telefono e apro l'applicazione in cui leggo la mia posizione, il gps mi guida per mano lontano dai pericoli e mi mostra il mondo spalmato in due dimensioni.

Tocco con l'altra mano la tasca opposta, dove al tatto intuisco la presenza del mini caricatore ad energia solare, che mi infonde sicurezza e arricchisce il mio ego.



    Non solo non avevo l'applicazione, quel giorno a cui la mia mente è tornata, ma d'un tratto neanche lo smartphone. Non avevo ragionato sul fatto che anche in estate possa fare freddo. E col freddo la batteria crolla. Una banalità, per chi lo sa.

Dormire in bivacco, oltretutto neanche sapevo esattamente cosa volesse dire; e non mi ero informato più di tanto. Agivo per supposte conoscenze acquisite chissà dove: remote estati di gioventù passate con la famiglia tre le favolose Dolomiti, forse autrici di questa mia atavica passione per la montagna, racconti di amici, immagini di film. Eppure avevo deciso di andarci senza preoccuparmene. Che ci vuole, in fondo?


    Raggiunto il colle mi fermo per qualche istante, raddrizzo il capo e mi asciugo una guancia, un minuscolo insetto mi solletica la fronte. Il bivacco si intravede immerso in una nuvola che si sposta veloce, accarezzandolo. Mi sfilo lo zaino per prendere il sacchetto di frutta secca. Non ho particolarmente fame, ma so che l'ultimo strappo richiederà un po' di energia. La schiena si libera del carico e mi sento leggero, una fresca brezza raffredda la maglia bagnata facendomi accorgere di quanto io abbia sudato e chiedere se sia il momento di sostituirla con una asciutta. Una routine ormai consolidata.

Mastico guardandomi intorno, ogni rumore da me prodotto si sente con chiarezza e interrompe a tratti un silenzio difficile da trovare in altri luoghi. Sfilo dal comparto laterale dello zaino la borraccia, sorridendo per la forma che le tante ammaccature le hanno dato. L'acqua è ancora fresca e piacevolissima, la sete soddisfatta uno dei miei piaceri preferiti.

Sistemo tutto con attenzione e isso lo zaino in spalla, stringo le fettucce su pancia a torace e la schiena trova conforto, obbligata a stare dritta. Un paio di secondi di freddo, in cui il corpo deve riabituarsi all'umidità di maglia e schienale, e sono pronto a partire di nuovo.


    Quel sopracitato giorno riaffiorato alla mente non avevo una maglietta di ricambio. A metà percorso, che si stava rivelando più lungo di quanto avessi immaginato, la maglia che indossavo era zuppa. Colpa della felpa che indossavo e del guscio che ci avevo infilato sopra, probabilmente. Avevo avuto freddo, dopo un po' che camminavo, e mi ero coperto eccessivamente, con materiali non adeguati. Ricordo che tolsi la maglia con piacere, nonostante la temperatura esterna, e che strizzandola grondò sudore. Avevo dovuto mettere la felpa umida a contatto con la pelle e legare la maglietta bagnata allo zaino, sperando che si asciugasse sotto i raggi del sole. Era stato in quel momento di disagio che mi ero accorto che il sole non c'era più. Ero partito in condizioni ottimali: cielo aperto, prevalentemente limpido e colorato di un azzurro acceso e potente, poco vento, aria frizzante e profumata di odori leggeri. Ma poi il clima era cambiato, così velocemente ma allo stesso tempo così naturalmente da non lasciarmi il tempo di accorgermi quando fosse successo. Di colpo ero vestito male e troppo ed ero sudato marcio. Ma congelando. Bella la montagna, mi ero detto sarcasticamente.


    Un brivido mi corre lungo tutto il corpo, forse in memoria di quel freddo o di quel momento, e ringrazio il materiale tecnico che oggi indosso.

Dei sassi cadono da qualche parte e mi fermo cercando di intuire dove. Chiudo la bocca avida di ossigeno, inspiro col naso, espiro calmando l'affanno.

Ascolto il silenzio.

Una macchia si muove nel mio campo visivo e in ritardo mi arriva il rumore dello zoccolo sulla roccia, rimbalza qua e là attorno a me, si ripete. Lo stambecco si ferma appena lo vedo, al centro della parete rocciosa che mi si staglia davanti, rimane lì immobile come se fosse dipinto. Non c'è abbastanza spazio su quella cengia per tenere l'equilibrio, ma a lui non importa. E' giovane, le corna sono corte, a misurare tre o quattro inverni trascorsi. E' lontano rispetto a dove sono io, ma mi vede e mi guarda. Poi si gira, lecca il sale della parete e si sposta. Si muove in silenzio, salendo una scala fatta di gradini che non ci sono, come se li immaginasse e comparissero sotto le sue zampe. Dopo qualche attimo arriva anche il suono.

Riprendo a camminare e a ripensare a quel giorno.


    I primi stambecchi visti da vicino, ad aspettarmi a fianco del bivacco. Cinque, forse sei, non ricordo con esattezza. Come la mia testa era comparsa da dietro le rocce, semi nascosta dalla nebbia che nel frattempo aveva permeato l'ambiente, avevano alzato le loro all'unisono, orchestrati perfettamente da chissà cosa. Mi ero bloccato lì come loro, emozionato, nel timore di spaventarli e farli scappare. Vorrei aver pensato a godermi quel momento, e invece, lucidissimo, avevo ragionato sul fatto che il cellulare fosse morto, ma che avevo con me la macchina fotografica. Priorità assoluta: fare una foto. Perché? Per farla vedere ad altri, per condividere con più persone possibili quel momento vissuto da solo. Per mostrare cosa avessi trovato lassù tra i monti, in un posto così inusuale per i più. 

"Visto? Ho fatto tutta 'sta fatica e ho vinto un premio, beccatevi questa."

 O forse per avere un ricordo di quel momento. Ma guardando meglio, fermandomi lì ad assaporare quella scena, assimilandola, non avrei ora un ricordo ancora migliore? Avere un ricordo della foto fatta, l'era dello sharing frenetico: il valore di un istante è diventato misurabile in quante persone ne saranno a conoscenza. Che peccato, non aver goduto di quella eccezionalità.

Avevo fatto qualche passo verso di loro, i quali appurato che fossi un altro semplice umano in visita, avevano ripreso a mangiare e a pensare alle loro cose. Erano abituati alla presenza di escursionisti e scalatori, e rimanevano lì a condividere quello spazio con me, fedeli ad un tacito accordo secondo il quale ci saremmo lasciati in pace a vicenda. 

Intanto, distratto dalla loro presenza non avevo percepito un ulteriore cambio delle condizioni climatiche. Le nubi erano scese, la nebbia si era infittita, non c'era più luce. Gli stambecchi sparivano e apparivano, assieme al bivacco, che mi dava un punto di riferimento per capire quanto velocemente si stessero spostando le nuvole che ammantavano ormai tutto e rubavano i colori.

Il panorama tanto agognato era nascosto. Mi ero rintanato nel bivacco.

Dentro era freddo, quasi più di fuori. Ma la casupola d'emergenza era equipaggiata egregiamente. Oltre a scatole di pasta, caffè, bustine di zucchero, piccoli alimenti e cianfrusaglie, tutto sistemato su delle spartane mensole, c'erano quattro spessissime coperte di lana adagiate su magri materassi a loro volta adagiati su assi di legno. Un letto a castello artigianale regalava quattro posti letto alla piccola struttura. Era tutto una novità per me, entusiasta ed inesperto.

Ero partito da Torino convinto che sarebbe stata una notte magica, in compagnia delle stelle, di un buon libro e una buona birra, e della montagna in toto. E invece è stata una delle nottate più brutte di cui io abbia memoria.

Il freddo nelle ossa. L'attesa del sonno, assieme alla stanchezza. Il mal di testa. L'altitudine a cui non ero abituato, a dar malessere al corpo estenuato. Il prurito della lana. L'assenza del telefono. I pochi minuti di assopimento, disturbati da sogni starni. I rumori fuori, e quelli dentro.

Il ricordo di quella notte è vago e sfumato, ma ho ben chiaro ciò che pensavo. Mi chiedevo cosa ci fosse di bello, in tutto quello. Se ne valesse la pena. Se allora non avessero ragione gli altri, quelli che ti chiedono chi te lo faccia fare. Quelli che ti dicono che non ha senso ricercare apposta ciò che loro vedono come una fatica superflua, come un disagio inutile, che preferiscono la comodità. Quelli che ti chiedono il perché.

E  ricordo che pensavo che non lo avrei mai più fatto.


Arrivo al bivacco mentre sorrido notando che sto paradossalmente rivivendo quel pensiero proprio nel momento in cui giungo nuovamente lì.

Non ci sono gli stambecchi, ma sono passati da poco: piccoli ciuffi di pelo e feci sparse qua e là ne svelano il passaggio, mi illudo di sentirne l'odore che pervade l'aria. Più tardi torneranno, mi farà piacere incontrarli.

Apro la porta di quella casupola a me tanto cara, e tutto è rimasto come quel giorno. E' un aspetto della montagna che continua ad emozionarmi e affascinarmi, la sua immutabilità. Come se il tempo lassù scorresse a rallentatore.

Mi siedo al grezzo tavolo che occupa il centro del bivacco e, dopo un paio di piacevoli minuti di nulla, allungo la mano per prendere uno dei tre quaderni impilati l'un sull'altro che ci sono sotto la finestra. Lo conosco molto bene, ci scrissi sopra anni fa le mie prime parole scritte in un diario di alta quota, ignaro di quanti quaderni avrei trovato in futuro, e in quanti luoghi incredibili. Ero inconsapevolmente all'inizio di un lunghissimo viaggio. Scorro il tempo all'indietro, ora, e cerco la mia grafia.


"Oggi per la prima volta mi sono svegliato in bivacco. Ero arrabbiato e non vedevo l'ora di scendere, ma poi è successa una magia. Dalla finestra appannata non vedevo bene e sono uscito preparandomi ad immergermi nella nebbia come ieri sera. Ma le nuvole questa notte sono scese e ora formano un mare bianco e sconfinato tutto intorno me, qualche decina di metri più sotto, dal quale emergono solo le cime più alte. Credo sia la cosa più bella che io abbia mai visto. Oggi mi sono svegliato due volte. Ora capisco."


Chiudo il quadernetto e lo metto al suo posto, dove starà per sempre. Poi mi alzo e mi preparo alla notte, felice di essere qui. 

 



“Questa storia partecipa al Blogger Contest 2021” 

 

martedì 26 ottobre 2021

Buongiorno

 Che quando poi finisce, un incubo, uno subito lo rivive e rimane per un po' spaventato e titubante. Ma poi, dopo un po', se ne dimentica.

Resta per qualche istante quella sensazione di spaesamento, in cui ti guardi intorno e cerchi degli appigli nella realtà che ti circonda, che ti confermino che l'incubo è finito, che il peggio è passato. E che stai bene.

E subito non riesci a dare piena fiducia a quella realtà. Controlli nell'armadio, sotto il letto. Rimani in silenzio trattenendo il respiro. Nessun rumore.


Allora ricominci a vivere la tua quotidianeità. E ti accorgi di quanto bella sia, con tutti i suoi problemi e  i suoi casini, rispetto a quell'incubo che hai fatto.


Pare che per ora l'incubo sia finito.

La palestra pullula di bambini chiassosi e pieni di energia, trattenuta per troppo tempo. Di genitori che lasciano trapelare da dietro la mascherina un misto di apprensione e gioia, per quell'ora di lezione che a guardarla sembra che non sia mai successo nulla. Di giovani atleti che hanno dovuto in qualche modo mettere in pausa la corsa al proprio sogno, che hanno avuto davvero troppo tempo per guardarsi allo specchio e farsi domande, avere dubbi, chiedersi del loro futuro. Ma che a incubo finito sono qui come se ci fossero sempre stati. Anzi, con più voglia ed entusiasmo di prima.

Di campioni, che non hanno mai smesso di esserlo, nonostante tutto.


Ha piano piano ripreso forma e colore, la palestra. E assieme a lei tutto il mondo che ci circonda. Come la realtà che troviamo quando ci svegliamo dall'incubo, che lentamente si rimette a fuoco. Che lo sport è poi sempre lo specchio della vita.


Sai che ne farai altri di incubi, è inevitabile. Ma anche che sono quelli, quando ti svegli, che ti fanno capire quanto sia bella la realtà.


Siamo caduti forte. Ora è il momento di rialzarci.

Forza Accademia. Anzi, forza tutti.

Coach: Alessandro Bruyere




Questo articolo è stato pubblicato sul sito uffciale dell'Accademia Torino 

giovedì 2 settembre 2021

Un sogno "in raggiungibile"

Francesca è strana. Chi la conosce lo sa. Io la conosco, e lo so.


A volte se ne esce con delle robe assurde, che ti lasciano spiazzato.
Poi è un ossimoro vivente: capelli lunghi e biondi, visino grazioso, occhi luminosi. Che nascondono però un animo profondamente dark: tatuaggi di corvi, una passione per romanzi con sangue e omicidi.

Francesca è strana perché fa judo e fuori dal tatami è proprio bella, ma dentro al tatami proprio no. Cioè, lassù è tutto fuorché uno di quei talenti  che guarderesti combattere per ore. Posizione storta, tutta spigolosa, con quel suo piedino a gancetto, che manco Capitan Uncino in duello con Peter Pan.
Se fosse un calciatore sarebbe un classico Rino Gattuso, o un Pasquale Bruno, vecchia gloria del magico toro. Avrebbe i piedi quadrati, ma quel cuore infinito che ha.


Credo che sia quello ciò che le ha dato la forza di lottare contro i suoi fantasmi.
A volte il trascorso di una persona rimane nascosto ai più, ma guardando bene lo si può intravedere.

Francesca è strana, infatti, perché fa la cinica, ma ha fatto una magia.
Anni fa aveva un sogno, che pensava irraggiungibile.
Figlia di judoka e nipote di judoka, da bambina voleva fare le Olimpiadi. Per chi fa sport, ci si immagina un sogno più bello?
Ha così iniziato un percorso lungo e travagliato, costellato di gioie e di dolori. Ha vinto, e ha perso. Ha affrontato a testa alta biechi tentativi di bullismo, con intelligenza, determinazione e compassione. Ha riso e ha pianto. Ha ascoltato parole di lusinga e parole sconfortanti e colme d'odio. Ha smesso di fare ciò che più le piaceva fare, e poi ha ricominciato. Ha cambiato palestra, ha cambiato città, un paio di volte almeno, ha cambiato categoria. Ha sacrificato anni di gioventù prima e chili su chili poi, buttati a mo di carbone in una fucina in cui ardeva quel suo sogno, sempre lui, che cominciava piano piano ad avere una forma più concreta.
Ha sacrificato benessere fisico, e pure quello psichico. Arrivando a combattere ai più alti livelli facendo addirittura fatica a stare in piedi, per un problema alla schiena che le urlava di fermarsi.
Ma lo scriveva poco fa: Francesca è proprio strana.



Così strana che alla fine ridendo e scherzando, lo ha reso tangibile quel suo sogno.
Francesca  in poco più di due anni nella sua nuova categoria ha compiuto una vera e propria impresa e ha raggiunto il punteggio utile per qualificarsi alle Olimpiadi di Tokyo 2021. Non parteciperà, però, perché il regolamento prevede la partecipazione di un solo atleta per categoria. e Francesca ha sopra di sé in classifica un'altra grandissima atleta della Nazionale Italiana, anche lei con la sua storia alle spalle, che si merita di stare lì e a cui chi scrive augura un immenso in bocca al lupo.

Ma la vita alle volte è più strana anche di Francesca. E gioca degli scherzi che solo lei sa giocare. E a cui mai mi abituerò.


Ad ogni modo, TADAAAA, eccola lì la magia di Francesca: ha preso un sogno irraggiungibile e con pervicacia (e u pizzico di stranezza ovviamente) lo ha trasformato in raggiungibile.


Ma non solo per lei, è quello il bello, lo ha reso raggiungibile per chiunque abbia l'ardire di provarci.
Per questo sono così orgoglioso di lei. Perché ha lanciato un messaggio a tutti, ha infuso fiducia e speranza in chiunque conosca lei e la sua storia.
Si può fare, nonostante TUTTO. Si può fare davvero.


E strana come è. dopo un attimo per riprendersi dallo schiaffo subito in pieno volto, il suo pensiero ora non è più in Giappone, ma profumato di croissant e baguette, all'ombra della Tour Eiffel.

In fondo si può fare, se l'è insegnato da sola.







sabato 29 febbraio 2020

Seconda edizione di DOPO IL PUNTO COSA C'E'.

Ciao a tutti!
Per il mio compleanno, ho deciso di ristampare il mio primo romanzo: "Dopo il punto coa c'è."
La prima edizione è del 2008, e sembra una vita fa. Negli anni, di tanto in tanto, ho messo mano al manoscritto, aggiustando qualcosa, adattandolo al tempo, togliendo piccoli frammenti che non sentivo più tanto miei. Pensando che un giorno lo avrei stampato di nuovo, dato che la prima versione non è più in commercio. Cercavo però di non snaturarlo, perchè sono stato sempre innamorato della prima versione, per quanto imprecisa e "grezza". Era il mio primo libro, e il primo amore non si scorda mai.
Così eccolo qua, autoprodotto, per averlo ancora a disposizione, giusto rimaneggiato, ma sempre lui.
Chi volesse acquistarlo può trovarlo sul sito del portale Il Mio Libro, fantastico portale di self-publishing che con professionalità e competenza mi ha permesso di avere una nuova verisone del romanzo.
Ma anche tramite le librerie on line e Amazon (a oggi disonibile la versione ebook, ma a breve sarà disponibile anche quella cartacea). La copertina è quella che vedete qua sotto, l'altra, più scura (e senza il punto nel titolo) è quella della prima versione, che come accennavo prima non è più disponibile.
Chi volesse prenderlo da me e chi volesse qualsiasi altra informazioni mi può contattare in privato.
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A breve uscirà il mio nuovo libro: MI RIMETTO IN MOTO,edito dai ragazzi di Moto Taccuino Il racconto della vera affascinante storia di Davide "Zaza" Previdi, del trapianto di cuore a cui è stato sottoposto e del viaggio in moto fatto col mio amico Ferrari Daniele Budo e i ragazzi di Nati per la Moto. Tutti i proventi di questo fantastico progetto a cui ho avuto la fortuna di poter partecipare andranno in beneficienza, ma questa è un'altra storia. Che tra qualche giorno racconterò e spiegherò in ogni dettaglio a chiunque vorrà sentirla.

Pe raccedere al libro cliccare qui