sabato 29 febbraio 2020

Seconda edizione di DOPO IL PUNTO COSA C'E'.

Ciao a tutti!
Per il mio compleanno, ho deciso di ristampare il mio primo romanzo: "Dopo il punto coa c'è."
La prima edizione è del 2008, e sembra una vita fa. Negli anni, di tanto in tanto, ho messo mano al manoscritto, aggiustando qualcosa, adattandolo al tempo, togliendo piccoli frammenti che non sentivo più tanto miei. Pensando che un giorno lo avrei stampato di nuovo, dato che la prima versione non è più in commercio. Cercavo però di non snaturarlo, perchè sono stato sempre innamorato della prima versione, per quanto imprecisa e "grezza". Era il mio primo libro, e il primo amore non si scorda mai.
Così eccolo qua, autoprodotto, per averlo ancora a disposizione, giusto rimaneggiato, ma sempre lui.
Chi volesse acquistarlo può trovarlo sul sito del portale Il Mio Libro, fantastico portale di self-publishing che con professionalità e competenza mi ha permesso di avere una nuova verisone del romanzo.
Ma anche tramite le librerie on line e Amazon (a oggi disonibile la versione ebook, ma a breve sarà disponibile anche quella cartacea). La copertina è quella che vedete qua sotto, l'altra, più scura (e senza il punto nel titolo) è quella della prima versione, che come accennavo prima non è più disponibile.
Chi volesse prenderlo da me e chi volesse qualsiasi altra informazioni mi può contattare in privato.
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A breve uscirà il mio nuovo libro: MI RIMETTO IN MOTO,edito dai ragazzi di Moto Taccuino Il racconto della vera affascinante storia di Davide "Zaza" Previdi, del trapianto di cuore a cui è stato sottoposto e del viaggio in moto fatto col mio amico Ferrari Daniele Budo e i ragazzi di Nati per la Moto. Tutti i proventi di questo fantastico progetto a cui ho avuto la fortuna di poter partecipare andranno in beneficienza, ma questa è un'altra storia. Che tra qualche giorno racconterò e spiegherò in ogni dettaglio a chiunque vorrà sentirla.

Pe raccedere al libro cliccare qui

martedì 11 settembre 2018

Il sentiero sotto i piedi

Questo brano fa parte di un fantastico progetto ideato dal Maestro Fabio La Malfa, ed è pubblicato nel volume intitolato "Judo, superare i propri limiti", pubblicato nel 2018 dalla Luni Editrice.

Per info sul libro cliccare qui





Mi chiamo Alessandro Bruyère, vivo a Torino, ho 35 anni, e sono un judoka.

Fa sempre sorridere osservare l’espressione di chi ascolta queste parole. E’ difficile che qualcuno non addetto ai lavori riesca a cogliere in quell’ultima parola, che così tanto mi rappresenta, l’essenza di ciò che nasconde.
Il mio presentarmi come judoka non è un mero affermare che, come si sente spesso nel linguaggio comune, faccio judo.
E non è neanche un tentativo di apparire in un certo modo o di appropriarmi di ciò che non è mio.
E’ un riconoscermi in quel termine. E’ un rendermi conto che ciò che sono, e chi sono, è il risultato di ciò che ho fatto finora. E nonostante io abbia fatto nella mia vita un sacco di cose meravigliose, alle base c’è sempre stato il judo. E’ sempre stato il mio filo di Arianna, ciò che mi ha aiutato a destreggiarmi nel labirinto della vita di tutti i giorni, e che ha sempre rappresentato per me il sentiero che ho avuto e che ho sotto i piedi.
Per questo, sono un judoka.

Mi è stato chiesto più volte, nell’arco di una vita intera, che cosa mi abbia dato il judo. Se dovessi fare un elenco dettagliato di ciò che sento che mi ha dato citerei senza dubbio la sicurezza in me stesso. La capacità di risolvere problemi e situazioni. L’adattabilità. La non paura di cadere, in qualsiasi circostanza, letterale e metaforica. La capacità, un grande classico, di rialzarmi. La bellezza della gara. La pervicacia e la testardaggine. La confidenza con la vittoria, e con la sconfitta. La tecnica. Le orecchie gonfie e le dita storte. Quell’irrazionale piacere di avercele, le orecchie rotte e le dita storte. Il rispetto e la disciplina. Il profumo del tatami, e la sensazione che quest’ultimo dà nel riempire la pianta di un piede abituato a salirvici.
Citerei la mia forza, non quella fisica ovviamente.
Citerei le delusioni, figlie legittime di aspettative e sogni. E quindi citerei i sogni. Quelli nel cassetto, quelli raggiunti e quelli che sono rimasti tali. In qualsiasi modo li si pensi, la benzina vera per un corpo semi perfetto come il nostro.
Citerei le innumerevoli gare e gli innumerevoli viaggi. Gli alberghi di lusso delle gare più prestigiose e quelli a una stella (forse) delle gare (forse) più belle. Pulimini, aerei, macchine, treni, bus. Catapecchie economiche e appartamenti mozzafiato. La capacità di fare la borsa. Centinaia, migliaia di borse. Fatte e sfatte e poi rifatte e risfatte. Come si piega un judogi? E una cintura?
Citerei, seguendo il flusso di coscienza in cui mi sono immerso, l’affetto mostratomi e sentito a mia volta per i miei genitori, mia madre sempre preoccupata e mio padre primo tifoso in assoluto, presente ad ogni gara. In qualche modo entrambi anche ad ogni allenamento. Se non fosse stato per loro non lo sarei, un judoka.  E mio fratello, senza il quale indubbiamente non sarei la persona che sono.

Citerei ancora una quantità illimitata di aspetti, credo, ma immagino che potrei assommarli tutti in un unico concetto: quello dell’esperienza.
Un’esperienza che è fatta di conoscenza e sensazioni, di emozioni difficile da dire. Di avvenimenti che rimarranno per sempre, alcuni esilaranti, altri incredibilmente emozionanti, altri umilianti, alcuni difficili da superare. Tutti irripetibili.
Credo che sia questo, ragionando mentre scrivo queste parole, il vero valore aggiunto del judo per me.

Non sono in grado di dire se esista o meno qualcos’altro in grado di fornire una medesima esperienza. Cioè, esiste senza dubbio, ma non conoscendo niente altro di simile non posso fare paragoni.
Credo che sia proprio l’esperienza che il judo ti dà, a renderti judoka al 100%.
E non sto intendendo l’esperienza data dal puro agonismo. E’ vero, il mio judo è sempre stato agonistico e improntato al raggiungimento di mete sportive. Ma come ho già avuto modo di scrivere in altre sedi, non penso si possa parlare di tipologie di judo differenti. Può essere diverso l’approccio, la quantità di tempo che ci si dedica, i fini. Ma il judo è sempre lo stesso. In qualsiasi modo e in qualsiasi luogo lo si pratichi, sono fermamente convinto che regali un’esperienza ineguagliabile. E diversa per ciascuno di noi. I miei studi e i miei viaggi hanno arricchito il mio judo, spogliandolo in parte dalle vesti di agonista e lasciandolo solo in judogi.

Ho avuto l’incredibile fortuna di poter fare del judo la mia vita in toto. E’ il mio lavoro, oltre che la mia passione. In seguito ai risultati ottenuti in età giovanile a 21 anni ho avuto il privilegio di entrare a far parte del Gruppo Sportivo delle Fiamme Azzurre, quello della Polizia Penitenziaria, che mi ha permesso di dedicarmi al 100% al tentativo di raggiungere i miei sogni e che tuttora mi permette di farlo.
Questa mia fortuna si è tradotta nel raggiungimento di un altro grande traguardo, quello di diventare un allenatore. Le sfide cambiano, le difficoltà si trasformano, le emozioni si moltiplicano. Il judo rimane.
Ora ho un modo per trovare un senso ai i miei errori, e per darne uno diverso a ciò che invece ho fatto bene. Ora guardo sia indietro lungo la strada fatta fino ad adesso, sia avanti verso quella che mi aspetta, e trovo un senso ancora maggiore a questa mia esperienza.
Il mio è un tentativo di trasmettere ciò che il judo mi ha dato e mi sta dando. Qui, con queste parole. Sul tatami, coi miei ragazzi. E nella vita di tutti i giorni, con le persone che mi stanno accanto.
L’obiettivo è quello di trovare il modo giusto per farlo. E’ difficile tradurre le proprie emozioni e le proprie sensazioni agli altri. Il rischio è quello di volere che le altre persone capiscano al volo, vivano le situazioni come le ho vissute io, imparino le cose come le ho imparate io. Più per facilità di comunicazione, che altro.

Ma proprio come quando combattevo, quando ogni avversario era diverso e ognuno aveva il suo modo personale di fare judo, rendendo quest’arte marziale senza dubbio una delle più affascinanti e difficili al mondo, ogni mio allievo, ogni persona, vive il judo e la vita a modo suo. E averlo capito davvero, dopo un attimo di sconforto di fronte ad una difficoltà così grande, mi ha dato una visione ancora più favolosa del judo, che come mio padre non si è mai stancato di ripetermi: è lo specchio della vita. E mi ha dato soprattutto nuovi stimoli e nuova voglia di continuare a calcare quel tatami.
E capisco che non solo il judo mi ha dato ciò che sono, ma mi darà ciò che sarò. Che io continui a salirci sul tatami, come spero fermamente, sia che io non lo faccia.
Non è questione di fare judo, ma di essere judoka.

venerdì 7 settembre 2018

Gita al Bric Ghinivert

Accademia on the Rocks



Sabato 21/07/2018
Destinazione: Bric Ghinivert. Alpi Cozie, Alpi del Monginevro. 3037 mt. Parco Naturale della Val Troncea. Partenza: Laval. Parcheggio a pagamento: 5 euro. Possibilità di navetta: 5 euro a/r. 3,5 euro a tratta. Fino a Rifugio Troncea 1915 mt. 3486053503 per prenotare il servizio.


E’ forse raro vedere un gruppo così eterogeneo inerpicarsi in fila indiana su per sentieri montani e paesaggi mozzafiato. Eppure oggi il judo dell’Accademia Torino ha deciso di colorare in maniera variegata e inusuale la splendida Val Troncea, andando alla conquista coi sui judoka dei 3037 mt del Bric Ghinivert.

Il “bullmino” e la macchina del veterano Giorgio hanno infatti fatto scendere nel parcheggio di Laval, località deliziosa subito oltre Pragelato e Pattemouche, ben 12 atleti e il coach Ale. Le regole del parco prevedono infatti la possibilità di lasciare i mezzi nel parcheggio di Laval, al prezzo di 5 euro, e di poter decidere se raggiungere il Rifugio Troncea a piedi (40 min.circa) o usufruendo del servizio navetta (5 euro a/r, 5-10 minuti di tragitto).
I preparativi sono lenti a raffazzonati, ma anche se in fretta e furia i judoka riescono a farsi trovare puntuali (partenza ore 09.00 dal parcheggio) e a raggiungere così il rifugio. Un veloce caffè e le ultime dritte del coach, soprattutto ai neofiti: la passeggiata è facile e sicura, ma la montagna non va mai sottovalutata e va sempre rispettata. Un po’ come un compagno/avversario di judo.
Concentrarsi, respirare e aprire gli occhi e le orecchie. E via.

Il sentiero Ept 320 inizia poco sopra il rifugio, ed è sempre molto ben segnalato. Tramite di esso ci si infila in un fresco lariceto e tramite altrettanto facili tornanti si guadagna gradatamente quota, uscendo lentamente dal bosco e continuando su pendii erbosi. Un bivio permette di allungare il percorso passando dall’ Angolo e dalle miniere di rame abbandonate, girando a destra, ma la squadra di torelli decide di avviarsi verso la cima, ed eventualmente di compiere un anello al ritorno.
Continua il sentiero e continuano i tornanti sempre senza grosse difficoltà e con pendenze sempre poco faticose, e in due orette e mezza circa, considerate anche le numerose pause tentate dai ragazzi, ma smorzate dal coach, i judoka raggiungono lo splendido colle del Beth con i suoi affascinanti laghi. La temperatura è alta, e un favorevole sprazzo di cielo azzurro fa pensare a tutti (quasi) la stessa cosa. Da lì a dar via alla pazzia è un attimo: ad uno ad uno i ragazzi (chi di sua spontanea volontà chi un po’ più forzato..) si spogliano ed ognuno a modo suo trasforma quella piscina naturale dai colori che sanno di dipinto in un gelido parco acquatico. 
Il sole gioca con loro, nascondendosi all’ occasione dietro nuvole che da lì in avanti si faranno sempre più grosse e pesanti, costringendo i ragazzi alla repentina ritirata.

Il Bivacco del Colle del Beth, subito sopra i laghi, è una location perfetta per un pasto veloce e una pausa rigenerante. E’ chiuso e le chiavi sono da richiedere e ritirare direttamente all’ ingresso del parco chiamando preventivamente (10 euro a notte su prenotazione), ma nonostante ciò offre riparo dal vento e comode panchine.
Dopo un panino veloce i torelli decidono di lasciare gli zaini nel locale invernale, sempre aperto e molto spartano, e di andare finalmente in cima. Il Bric Ghinivert dista meno di un’oretta, durante la quale si risale l’evidente punta su pietraia e sfasciumi spruzzati qua e là di neve, ma potendo seguire una traccia ben segnalata da ometti e qualche segno di vernice. Difficile sbagliarsi in ogni caso, la croce di cima compare dopo un breve tratto, non resta che guardare bene su che pietra si poggia il piede e salire buttando un occhio verso l’alto.
La cima è un vero spettacolo. Il panorama a 360 gradi regala un’ottima visuale di tutta la Val Troncea, con un affaccio fantastico sui laghi e il bivacco, che giacciono tranquilli su di un terrazzo naturale circondato dalle ultime nevaie che intaccano un verde non ancora accesissimo ma suggestivo.
Qualche ragazzo soffre l’altezza, per alcuni di loro è la prima volta in quota. Ma l’euforia di aver raggiunto tutti insieme l’obiettivo eclissa ogni altra sensazione. L’emozione è palpabile, anche tra i più abituati. Andare in montagna in tanti può essere un problema sotto tanti aspetti, ma la condivisione di quel momento ripaga tutto il resto. Si starebbe su per delle ore.

Le nuvole però iniziano a gonfiarsi su in alto e la nebbia sembra volerle raggiungere dal basso. Una lieve pioggerella bagna delicatamente i k-way del gruppo, che a malincuore decide di iniziare la discesa.
Il ritorno al bivacco è veloce e divertente. Da lì, il coach e Giorgio studiano la cartina e decidono per l’anello. Dopo un tratto iniziale sul percorso di salita, si devia a sinistra verso le miniere. E’ troppo tardi e il tempo troppo brutto per cercarle e visitarle, e così si scende ancora. Raggiunto il punto chiamato l’Angolo, altra deviazione. Entrano in gioco cartina e bussola, visto che ormai la visibilità è poca. Una bozza di sentiero, sicuramente utilizzato dai pastori, scende ripido verso il punto in cui (teoricamente) si trova il rifugio. Nonostante la pioggia intervallata da breve schiarite, le mucche puntellano il tragitto, curiose dello strano gruppo che scende zoppicando dai loro campi. Qualche marmotta fugge bagnata da una tana all’ altra, dopo aver salutato i ragazzi con i loro acuti fischi.
In un paio di ore mai piacevoli per ginocchia provate dallo sport, in cui si attraversano due torrenti che tagliano i relativi valloni, si intravede finalmente il rifugio alla fine del bosco di larici affrontato da un altro ingresso.
E dopo 6 ore e 22 esatte, l’anello è completato, per un totale di 12 km e di 1000 mt di dislivello in salita e altrettanti in discesa.

Il Rifugio è aperto e operativo, e la navetta a disposizione per riportare alle macchine i nostri ragazzi. Un tagliere di salumi e toma e birre e acqua fresche sanciscono la fine dell’avventura, che senza dubbio ha avuto l’effetto desiderato. Non solo regalare paesaggi pazzeschi anche ai più abituati, non solo fungere da allenamento estivo e  unire ancora di più il gruppo. Ma anche far assaggiare la montagna ai judoka che non la conoscevamo, di quel sapore di cui poi, una volta conosciuto, difficilmente si riesce a fare meno.

#forzatorelli

mercoledì 23 novembre 2016

Studente e judoka

Studio e Sport, connubio possibile.

Mi chiamo Alessandro Bruyère, sono insegnante tecnico di judo del Gruppo Sportivo delle Fiamme Azzurre, per il quale ho combattuto per tanti anni. Ho avuto l’onore di vestire i colori della Nazionale Italiana ed ho fatto del judo la mia vita. Questa disciplina meravigliosa permea oggi per intero la mia quotidianità.

Sia il judo che i miei genitori mi hanno sempre insegnato che, sbilanciandosi troppo, inevitabilmente, si cade e che per trovare equilibrio occorre bilanciare. Ho dunque ricercato nello studio il mio contrappeso alla disciplina sportiva.

Finito il liceo, ho deciso iscrivermi all’Università di Lettere e Filosofia. Pur con qualche ritardo, posso dire di aver completato il mio corso di studi e di potermi orgogliosamente fregiare del titolo di dottore in Filosofia.

E’ dunque impossibile conciliare sport e studio? Evidentemente no. E’ facile? Nemmeno, in tutta sincerità.

Sul tatami ho imparato che una cosa difficile non è altro che un limite il cui superamento prevede una sfida con se stessi. Se l’atteggiamento è positivo tutto diventa raggiungibile. E la difficoltà del percorso non fa che rendere ancora più soddisfacente la meta.

Ma come coniugare la scuola superiore o il percorso di studi universitario con la pratica sportiva, considerando i sacrifici che richiedono?

E’ innegabile che i tempi cambino e che la società sia in continuo mutamento. Lo sport conquista spazio nella vita dei ragazzi, sponsorizzato e divulgato incommensurabilmente dalla tv satellitare, da internet, dai social network.

Per molti, purtroppo, la conquista resta virtuale, per altri, invece, diventa fattore centrale della vita che porta ad aspirare a diventare un campione, ad essere uno sportivo di fama internazionale, a coltivare il sogno di una vittoria olimpica.

La recenti medaglie di Rio conquistate da Fabio Basile e Odette Giuffrida hanno dato una scossa di grande energia al movimento del judo italiano, amplificando l’impegno ed il desiderio di successo di tanti ragazzi che, in maniera quasi tangibile, hanno potuto percepire quella sensazione trionfale.

Ma la vita di tutti i giorni richiama poi all’ordine. “Maestro, stasera non ci sono chè domani ho una verifica a scuola”, “Ho un’ esame all’Università”. Quante volte in una stagione si sentono queste frasi. Quante volte le ho pronunciate io stesso.

Sembra di trovarsi ogni volta di fronte ad un bivio. Che strada percorro? Qual è la scelta più giusta?

Indubbiamente il vero judoka, come ogni vero atleta, inconsciamente sa già dove vorrebbe andare. La vita reale, tuttavia, disciplinata da una coscienza matura o dai consigli dei più esperti genitori, invita ad evitare di adottare scelte impulsive. Si perderebbe forse l’equilibrio. Ci sono strade, infatti, che non si possono percorrere a ritroso.

Arriva infatti quel giorno in cui ci si accorge che è troppo tardi per studiare e che i sogni non dipendono solo più da noi ma da come necessariamente va il corso degli eventi. Ci si rammarica di non aver tenuto più le porte aperte, di non aver imboccato contemporaneamente, anche se più faticosamente, l’una e l’altra strada.

In questo panorama diventa senza dubbio condizionante il ruolo di genitori, allenatori e istituzioni.

Il confine tra il sostegno e il divieto diventa davvero sottile e quasi si confonde. La difficoltà maggiore sta nel cercare di convincere l’atleta a dedicarsi allo studio, non senza trascurare lo sport. O viceversa.

Purtroppo tra famiglia e allenatore è frequente vi sia un rapporto conflittuale dato dalla diversa direzione nella quale si vuol orientare il ragazzo. Ci si dimentica che il futuro equilibrato di questi dipende proprio dalla  capacità di armonizzare le direttive delle figure che lo seguono e lo spronano.

È dunque auspicabile si trovi un punto di incontro tra le società sportive, le famiglie e la scuola. Questa sinergia pare essere la soluzione ideale affinchè si radichi la consapevolezza che il raggiungimento del successo in ambito sportivo non può prescindere, ed anzi, si alimenti dei successi ottenuti nello studio.

Ciò che conta è aiutare il ragazzo ad acquisire un metodo generale di approccio alle cose che possa  condurlo autonomamente a trovare il giusto equilibrio nella vita e a capire in che modo potersi dedicare contemporaneamente allo studio e alla disciplina sportiva. Ovunque arrivi quel ragazzo, lo farà coscienziosamente, con le sue forze, sicuro di sé, senza mai perdere l’equilibrio.

L’appoggio delle istituzioni, infine, completa il quadro. La Circolare Ministeriale n. 20 del 4/3/2011 e il DPR n. 122/2009 (Validità dell’anno scolastico per la valutazione degli alunni nella scuola secondaria di primo e secondo grado) emanata dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Dipartimento per l’Istruzione, Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e per l’Autonomia Scolastica, traccia un solco normativo alla coniugazione tra studio e sport e pone l’attenzione sulle assenze scolastiche per motivazioni sportive.

L’articolo 14, comma 7 della C.M. e gli artt. 2 e 14 del DPR [nota n. 1 in allegato] evidenziano come come siano previste dalla scuola secondaria di primo e secondo grado delle deroghe al limite delle assenze  (obbligatori tre quarti di presenza del monte ore annuale), se documentate e continuative. E a condizione che tali assenze non pregiudichino la possibilità di valutare gli alunni interessati. Tra le casistiche apprezzabili ai fini delle deroghe vengono citate proprio le assenze dovute a: partecipazione ad attività sportive e agonistiche organizzate da federazioni riconosciute dal C.O.N.I.

A completamento della sopracitata Circolare Ministeriale si aggiunge la nota n. 2065 del 2 marzo 2011, con oggetto: D.P.R. 22.6.2009, n. 122 – Numero massimo assenze annuali e svolgimento pratica sportiva agonistica, dove si legge:

Non si tratta di un principio assoluto riducibile ad un mero accertamento aritmetico ma di disposizioni che mirano a contrastare comportamenti ascrivibili a disimpegno dalla vita scolastica. Sono infatti previste delle deroghe motivate in rapporto alle cause che hanno determinato le assenze e che debbono essere oggetto di attenta valutazione da parte dei consigli di classe, fermo restando che debbono comunque sussistere elementi di giudizio sufficienti per la valutazione degli apprendimenti degli alunni.”

(Per le assenze dovute allo svolgimento della pratica sportiva agonistica si rimanda alla nota n. 2065 del 2 marzo u.s., richiamata dalla Circolare del M.I.U.R.)

Leggendo attentamente sia la Circolare Ministeriale che la nota citata, ci si accorge di come anche il Ministero dell’Istruzioni sposi l’idea della ricerca di un giusto compromesso, che non penalizzi gli atleti ma che garantisca in ogni caso un corretto approccio al percorso di studi. Il richiamo alla “attenta valutazione dei consigli di classe” è la clausola che lascia aperta la questione e rimanda al buon senso e all’ampiezza della visione di chi ha il coltello dalla parte del manico.

Lo sforzo, dunque, deve avvenire da parte di tutte le figure coinvolte nel progetto: ragazzo, genitori, struttura sportiva, istituzioni. Se l’obiettivo è chiaro e comune e se si arriva a capire che il miglioramento di un singolo individuo determina il miglioramento dell’intera società, allora il raggiungimento di quell’obiettivo non solo non è impossibile, ma diventa la scelta migliore.

Lo stesso Jigoro Kano, il fondatore del judo, professava due principi: il “miglior uso dell’energie” e il “tutti assieme per progredire”, convinto che tramite l’educazione scolastica e il judo ogni individuo potesse migliorarsi ed accrescere il suo spirito, migliorando di conseguenza la società.

In quest’ottica diventa possibile non solo percorrere le due diverse strade, ma anche farle coincidere. I due diversi percorsi si intrecciano senza soluzione di continuità, arrivando a formarne uno unico e più completo.

Personalmente, ho cercato di farlo, arrivando a scegliere come tesi di laurea un argomento che fosse lo specchio della mia vita e della mia “strada”. Ho cercato di intrecciare il mio percorso di studi con il judo e ho capito che l’elemento in comune non era altro che il filo di Arianna che ci ha portato fin qui: la Via di ognuno di noi.

Ho analizzato il concetto di Via ed ho scritto una dissertazione dal titolo: La Via è sotto i piedi. Analisi del concetto di Via nel Buddhismo, nello Zen e nelle arti marziali.. La Via è l’argomento, il judo - la via della cedevolezza - il punto di arrivo.

E’ stato un koan Zen ad ispirare la mia tesi, una sorta di precetto dei monaci Zen che non ha soluzioni definitive e sul quale loro meditano, cercando di scoprirci all’interno la miglior interpretazione. E’ un koan che si inserisce perfettamente nel discorso fatto fin qui ed esalta il pensiero che in fondo dipende tutto da come ognuno di noi decide di indirizzare la propria vita e con il quale concluderò questa trattazione, sperando possa regalarvi ciò che ha regalato a me:

 “La via è sotto i vostri piedi”.

Alessandro Bruyère

 

Nota 1:

L’articolo 14, comma 7, del Regolamento prevede che “le istituzioni scolastiche possono stabilire, per casi eccezionali, analogamente a quanto previsto per il primo ciclo, motivate estraordinarie deroghe al suddetto limite [dei tre quarti di presenza del monte ore annuale]. Tale deroga è prevista per assenze documentate e continuative, a condizione, comunque, che tali assenze non pregiudichino, a giudizio del consiglio di classe, la possibilità di procedere alla valutazione degli alunni interessati”.

Spetta, dunque, al collegio dei docenti definire i criteri generali e le fattispecie che legittimano la deroga al limite minimo di presenza. Tale deroga è prevista per casi eccezionali, certi e documentati. È compito del consiglio di classe verificare, nel rispetto dei criteri definiti dal collegio dei docenti e delle indicazioni della presente nota, se il singolo allievo abbia superato il limite massimo consentito di assenze e se tali assenze, pur rientrando nelle deroghe previste dal collegio dei docenti, impediscano, comunque, di procedere alla fase valutativa, considerata la non sufficiente permanenza del rapporto educativo.

Ad ogni buon conto, a mero titolo indicativo e fatta salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche, si ritiene che rientrino fra le casistiche apprezzabili ai fini delle deroghe previste, le assenze dovute a:

gravi motivi di salute adeguatamente documentati;
terapie e/o cure programmate;
donazioni di sangue;
partecipazione ad attività sportive e agonistiche organizzate da federazioni riconosciute dal C.O.N.I.;
adesione a confessioni religiose per le quali esistono specifiche intese che considerano il sabato come giorno di riposo (cfr. Legge n. 516/1988 che recepisce l’intesa con la Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno; Legge n. 101/1989 sulla regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione delle Comunità Ebraiche taliane, sulla base dell’intesa stipulata il 27 febbraio 1987).
 

scritto il 23 nov 2016 

mercoledì 8 giugno 2016

Uno spettacolo magico




E’ il 27 maggio 2016, un caldo venerdì sera primaverile. Sono le 20.30 e le luci della sala polivalente del teatro Operti di Torino piano piano si spengono. Sul palco qualche sedia, delle chitarre, un tatami e un paravento. Sullo sfondo la scenografia colorata a matita da esperte mani di bambino. In platea genitori, parenti, fratellini e cuginetti. Gli attori sono i bambini della 3° D della scuola elementare Carlo Casalegno di Torino e stanno per dar vita ad uno spettacolo che ricorderò per tutta la vita.
Ammetto che quando scrivevo le pagine del libro “Igei, storia di un drago che faceva judo” fantasticavo oltre che sulle avventure del draghetto Igei anche su future rappresentazioni della storia che stavo creando. Ma non so quanto ci credessi sul serio. Pensavo a spettacoli teatrali, ad attori adulti ma anche a mini bravissimi attori. A ipotetiche scenografie e ipotetiche sceneggiature.

La realtà alle volte supera la fantasia.

L’idea venne ad Immacolata Calabrese, la mia prima maestra di inglese, proprio lì, alla scuola Casalegno, decine di anni fa. Un grandissimo affetto, che perpetua nel tempo. Mi contattò, complice la mia mamma, e mi chiese di incontrarci, aveva qualcosa da propormi.
Conobbi ad una mini riunione Davide Fratta, il maestro di musica, e Petrizia Antonia Ioghà, la maestra di italiano e storia che si occupa delle recite dei bimbi e del laboratorio teatrale.
Hanno letto il libro e li ha entusiasmati, vorrebbero farne uno spettacolo. La 3° D è una classe incredibile, hanno già fatto altre recite e si sono innamorati del libro.
Bello. Bellissimo. Se mi piace l’idea? Mi fa impazzire. Sarebbe davvero meraviglioso.
Davide emana professionalità ed è un vulcano di idee, Petrizia di entusiasmo e di bene per i suoi bimbi. Immacolata precisa , lucida e positiva, ha una visione molto chiare su ciò che lo spettacolo potrebbe essere. Sono un team perfetto, chissà, potrebbe davvero venirne fuori qualcosa di bello.

Beh, ne è venuto fuori qualcosa di magico.

Davide Fratta si è occupato non solo dei testi, ma anche delle musiche originali. 10 tracce cantate e musicate dai bimbi, che il maestro ha poi racchiuso in un cd che ha regalato agli spettatori. Petrizia Ioghà si è occupata della scenografia, del coordinamento della classe e della parte teatrale del tutto. Entrambi si sono dedicati alla regia. Io ho dato un piccolo contributo mostrando ai bimbi qualche gesto, le cadute, proiezioni basilari, che loro hanno trasformato in incantevoli movimenti per il teatro delle ombre. Già, perché il palco è diviso in tre settori. Sulla destra una parte dedicata ai musicisti, in centro lo spazio dedicato alla recitazione vera e propria, sulla sinistra un romantico separé con un faretto che lo illumina da dietro, proiettando le ombre degli attori e trasformandole in eleganti attrici.
spettacolo tetarale igei storia di un drago che faceva judo
I bambini si alternano: una scena fanno parte del gruppo dei musicisti, una scena fanno parte degli attori, una scena parte delle ombre. Tutti fanno tutto. Nessuno è diverso dagli altri, c’è spazio per tutti e il tutto funziona solo con le performance di ogni singolo bambino/attore. Tre scene che si susseguono collegate da brevi intervalli musicati dalle chitarre e dalle armoniche dei bambini.
I personaggi della storia si riconoscono dalle piccole corna  colorate da drago che hanno in testa e dalla cintura del judogi coordinata. Gli Igei hanno le corna gialle e i Gei Do verdi. Ci saranno delle bellissime Kiki con le cornine rosa e simpatici Omoi con le corna blu. Cornine bianche per i velocissimi Speedy .

Sono fantastici. C’è il bimbo che recita tutto d’un fiato, quello che si dimentica una parola e ci sorride sopra e quello che fa la faccia terrorizzata. C’è la bimba che da grande farà sicuramente l’attrice e quella che non si ricorda se quello sia il suo turno o no. Sono fantastici nel loro essere genuini. E bimbi. Sono bravissimi. Recitano e si impegnano al massimo. Suonano. Cantano. Cantano loro, tutti assieme. Le loro ombre danzano. Fanno proprie delle frasi davvero difficili, ridono, si emozionano, si spaventano.
La scenografia cambia di scena in scena. I disegni dei bimbi riproducono alla perfezione il dojo del maestro Gei Do, la scuola, la sveglia di Igei. La casa del draghetto.
La storia scorre limpida e viene raccontata con delicatezza e caparbietà.

E alla fine tutti sul palco, tutti con le mani unite, a cantare il brano “Io mi chiamo Igei”. Tutti assieme cantano la frase “io voglio vincere” con le mani al cielo.
Che emozione. E’ difficile raccontarla o spiegarla. L’unica cosa che mi viene da scrivere è che per me è stato un regalo ineguagliabile.

L’applauso finale riempie il teatro.
Salgono sul palco anche la maestra Petrizia e il maestro Davide, a prendersi giustamente la loro parte di applauso e gli innumerevoli complimenti, da parte della platea ma anche da quella degli stessi mini attori. Sono loro due che hanno reso possibile tutto ciò. Hanno fatto un lavoro eccellente. Le canzoni e i testi di Davide sono davvero belli ed emozionanti. Inerenti alla storia e allo stesso tempo originali e creativi. Lo spirito con cui i bambini li hanno imparati e recitati ed eseguiti è meraviglioso.
Mi sento di ringraziarli col cuore e di dir loro che lo spettacolo a cui ho avuto la fortuna di assistere è qualcosa che non dimenticherò mai.

Una sensazione su tutte, in particolar modo, sarà sempre con me. E infonde fiducia nel progetto che stiamo portando avanti e nella vita in generale.
Appena prima che lo spettacolo iniziasse Petrizia mi ha portato dai bambini, che ultimavano i preparativi. Erano agitati ed emozionati, ma pronti. Mi hanno accolto con gioia. “Ciao Ale!!” “Siamo pronti!” “Ci impegneremo al massimo per questa recita!” “Non vediamo l’ora di cominciare! “Abbiamo paura!”. Quanto assomigliava ad una gara di judo, il tutto.
“Ciao ragazzi! Siete bellissimi! E sono sicuro che sarete grandiosi! So che siete agitati, ma ricordatevi sempre la cosa più importante quale dovrebbe essere!”
“Diveritirsi!!!!!!”. Mi hanno risposto tutti in coro, quasi gridando. Sorridendo.

Bravi bimbi, siete riusciti ad imparare la cosa più importante. Fatelo sempre, non smettete mai di farlo. Divertitevi. Uno spettacolo teatrale è così simile ad una gara di judo. Ed è così simile ad ogni sfida che la vita vi metterà davanti. Lo spettacolo potrà essere perfetto come no. Potrete sapere tutto nei minimi dettagli nello stesso modo in cui potrete dimenticarvi una frase, una battuta, il vostro turno. Potrete inciampare e cadere, e rialzarvi ogni volta. Ma vi sarete messi in gioco. Non è il modo in cui farete questo spettacolo e ogni altro che farete che farà la differenza. La differenza la farà lo spirito con cui lo affronterete. Esattamente come dice il maestro Gei Do:
Divertitevi quando fate una gara, ragazzi miei. Siate più forti del concetto di vittoria o di sconfitta. I punti sono qualcosa che misura un singolo gesto, non le vostre capacità o il vostro modo di essere. E ricordatevi sempre che la cosa davvero importante, in un qualsiasi incontro, è uscire dal tatami sicuri di aver dato il massimo di se stessi. Senza rimorsi e senza pensare che avreste potuto fare qualcosa di più. Comunque vada l’incontro. Solo così avrete raggiunto lo scopo, e cioè vi sarete goduti a pieno quel momento. Il judo è lo specchio della vita di tutti i giorni, in fondo. E la vita andrebbe sempre vissuta così.”

Bravi bimbi. Divertitevi, fatelo sempre. E nella vita vincerete ogni giorno.
Grazie.

Alessandro Bruyère


per info sul libro "Igei, storia di un drago che faceva judo clicca qui o cerca IGEI su facebook

martedì 31 maggio 2016

La medaglia di Michael


Ogni medaglia ha una storia alle spalle. Non esiste una medaglia più bella di un’altra, proprio perché ognuna di esse ha una sua storia, diversa da tutte le altre. Che la gente spesso non conosce.
Michael Raso, classe  1992, cintura nera terzo dan, ha conquistato la sua prima medaglia ai Campionati Italiani Assoluti di judo questo week end. A Torino, la città in cui vive, si allena, studia e lavora da qualche anno ormai.

Medaglia di bronzo nella difficile categoria dei 60kg.

Un’immagine su tutte rimarrà nella storia dell’Accademia Torino, perché ognuno dei ragazzi che ne veste i colori in fondo ne scrive piano piano la storia: l”immagine di Maic (noi lo scriviamo così) accosciato, con le mani strette a pugno,il viso rivolto al cielo, che urla a squarcia gola l’ultimo fiato rimastogli nei polmoni, a fianco del suo fortissimo avversario stremato e disteso al suolo. Maic piange. E un brivido corre nel riverbero dell’applauso scosciante che riempie il palazzetto torinese.

Se la gente sapesse cosa vuol dire per lui quella medaglia.
Se sapesse quante volte Maic ci è andato così vicino da sentirne il profumo, non riuscendo a raggiungerla ogni volta per un motivo assurdo. Se la gente sapesse cosa fa Michael durante il giorno. Se sapesse che si  laureato poche settimane fa in infermieristica con un voto eccellente, e che per poterlo fare lavora come tirocinante e aiuta un anziano signore in difficoltà. Se sapesse che è anche  il maestro di spassosi bambini che fanno pre-judo e di altrettanto  spassosi adulti che fanno judo amatori, in modo da potersi pagare l’affitto lontano dalla famiglia e da casa, Castelletto sul Ticino, dove anni fa anche lui era uno spassoso bambino che iniziava judo.
Se sapesse quante volte ha detto con una medaglia di legno in borsa, “basta, non è giusto, non ne vale la pena”, ma il giorno dopo era di nuovo suo tatami. Se sapesse i sacrifici,  le sbroccate,  il calo peso e i litigi. E le scuse il giorno dopo.
Beh, se la gente sapesse tutto questo, non penserebbe la sua medaglia più bella delle altre, perché davvero ogni medaglia è meravigliosa e ha una storia che la gente non sa.
Ma se sapesse tutto ciò, la gente, capirebbe che sì, ne vale la pena in fondo. Capirebbe che i sacrifici, se ci credi davvero, prima o poi ti ripagano. Che la differenza sta tutta nel modo in cui si affrontano le sfide e nella determinazione con cui si combatte, sul tatami e fuori da lì. Nella volontà.
Se la gente sapesse, capirebbe ancora di più quelle lacrime. E  forse sorridendo commossa applaudirebbe ancora più forte.

Bravo Maic!  L’Accademia è fiera di te.

questo è articolo è stato pubblicato sul sito dell'Accademia Torino. Lo si può leggere cliccando al seguente link: accademiatorino

mercoledì 22 ottobre 2014

IGEI, storia di un drago che faceva judo




INCIPIT



Per trovare il protagonista di questa storia non dobbiamo guardare verso quel gruppetto di draghi colorati che ridono vicino al cancello della scuola, ma dobbiamo invece puntare  lo sguardo verso il viale alberato che dalla scuola porta verso la  città. La cosa potrebbe apparire un po’ strana, ma eccolo lì, che corre con lo zaino in spalla e una borsa da palestra a tracolla; è proprio lui. In effetti non sembrerebbe proprio un draghetto protagonista. A dire il vero non sembrerebbe neanche un drago, ma piuttosto qualcos’altro.  Farà sorridere, ma si potrebbe dire che assomiglia ad un pollo. Ci si chiederà come possa essere lui, un drago che assomiglia ad un pollo, goffo e buffo, bianco e non verde, con quel musone giallo acceso che sembra un grosso becco più che delle fauci aggressive sputa fuoco.
Ma come si sente sempre dire, le apparenze ingannano.
Si chiama Igei , quel draghetto. Dentro la borsa a tracolla ha un kimono che gli serve per fare judo, e la sua è una di quelle storie che vale davvero la pena raccontare.






CAPITOLO UNO


Fino a poco tempo fa era un drago diverso da quello che oggi vedete farsi sempre più piccolo man mano che corre sorridente verso l’orizzonte. Non diverso fuori, che fuori conta poco, ma diverso dentro. Fino a poco tempo fa, in fondo, non aveva ancora conosciuto il maestro Gei Do.
Il giorno che l’ha incontrato per la prima volta non poteva immaginare quanto la sua vita sarebbe cambiata da quel momento in poi. Stava tornando da scuola, come tutti i giorni da solo e sconsolato, mentre tutti gli altri draghetti erano lì vicino che ridevano  e giocavano ad inseguirsi nel tentativo di pestarsi la coda. Qualcuno cominciava già a far fumare le grosse narici, i più grandi riuscendo anche a sputacchiare piccole palle di fuoco.
Igei rimaneva un po’ lì fuori da scuola ogni giorno alla fine delle lezioni, nella speranza che qualcuno volesse giocare con lui. Però spesso si accorgeva che invece di ridere con  lui i draghetti preferivano ridere di  lui (e c’è una grossa differenza). Specialmente quando i più grandi mimavano le sue movenze goffe o il suo musone giallo. Quando alla fine cominciavano ad imitare un pollo urlando “Chi sono??” per sentirsi rispondere in coro “Igei, il dra-pollo!!!”, lui sorrideva forzatamente per tentare di fare vedere che stava al gioco e non si stava offendendo, e dicendo che era tardi si incamminava verso casa.
Davvero in pochi sapevano quanto simpatico e brillante fosse in realtà Igei e quanto piacevole fosse passare del tempo con lui. Era troppo divertente per i draghetti che frequentavano la sua scuola prenderlo in giro, per porsi il problema. Lui però li capiva, e non faceva altro che rassegnarsi all’idea che forse avevano ragione loro.
Ed era lì quel giorno, si diceva, lungo quel viale alberato che dalla scola porta alla città, quando aveva notato al bordo della strada un drago anziano che sembrava in difficoltà con una grossa borsa. Fermo sul primo gradino di una scala che conduceva all’entrata di una piccola e curiosa casa, l’anziano drago osservava la borsona, apparentemente sopraffatto dall’enorme peso che questa sembrava avere.
Igei gli si era avvicinato senza pensarci, con naturalezza, e afferrando la borsa, dopo aver provato con difficoltà a sollevarla, aveva detto educatamente:
“Lasci che la aiuti con questo macigno.”
Il drago anziano aveva sorriso senza girarsi e a Igei era parso che avesse detto qualcosa come: “eccoti qui”.
“Come?” aveva chiesto il giovane drago.
“No, grazie infinite.” aveva risposto il vecchio. Poi aveva alzato lo sguardo, lo aveva incastrato con decisione a quello di Igei e aveva continuato:
“Tre draghi giovani e robusti sono passati. Il primo non mi ha visto. Il secondo si è preso gioco di me. Il terzo ha onorato uno dei principi più belli e importanti del mondo: la gentilezza.”
Poi come se niente fosse aveva tolto la pesante borsa dalla zampona di Igei, se l’era caricata con facilità sulle spalle piegando sapientemente le zampe posteriori, e aveva sentenziato:
“Anche ciò che sembra troppo pesante ha un modo per essere sollevato. Che sia una borsa, una nave, o un grande peso dentro di noi.”
Igei lo aveva guardato inarcando le sopracciglia, senza trovare le parole giuste per rispondere allo strano e affascinante personaggio che aveva davanti.  A quel punto il vecchio drago aveva fatto una specie di composto inchino e senza nessuna fatica aveva percorso i gradini che lo separavano dalla porta della sua strana casa, dove dopo un attimo erano spariti lui e la sua borsa.

Igei aveva scrollato il muso perplesso, sollevato le spalle e senza dire nulla aveva ripreso il suo tragitto verso casa. Ora finalmente aveva qualcosa di nuovo a cui pensare.





Ecco l'incipit e il primo capitolo del nuovo libro di Alessandro Bruyère, una storia dedicata al judo e al bambino che c'è in ognuno di noi.