Ciao a tutti!
Per il mio compleanno, ho deciso di ristampare il mio primo romanzo: "Dopo il punto coa c'è."
La prima edizione è del 2008, e sembra una vita fa. Negli anni, di
tanto in tanto, ho messo mano al manoscritto, aggiustando qualcosa,
adattandolo al tempo, togliendo piccoli frammenti che non sentivo più
tanto miei. Pensando che un giorno lo avrei stampato di nuovo, dato che
la prima versione non è più in commercio. Cercavo però di non
snaturarlo, perchè sono stato sempre innamorato della prima versione,
per quanto imprecisa e "grezza". Era il mio primo libro, e il primo
amore non si scorda mai.
Così eccolo qua, autoprodotto, per averlo ancora a disposizione, giusto rimaneggiato, ma sempre lui.
Chi volesse acquistarlo può trovarlo sul sito del portale Il Mio Libro,
fantastico portale di self-publishing che con professionalità e
competenza mi ha permesso di avere una nuova verisone del romanzo.
Ma anche tramite le librerie on line e Amazon (a oggi disonibile la
versione ebook, ma a breve sarà disponibile anche quella cartacea). La
copertina è quella che vedete qua sotto, l'altra, più scura (e senza il
punto nel titolo) è quella della prima versione, che come accennavo
prima non è più disponibile.
Chi volesse prenderlo da me e chi volesse qualsiasi altra informazioni mi può contattare in privato.
-
A breve uscirà il mio nuovo libro: MI RIMETTO IN MOTO,edito dai ragazzi di Moto Taccuino
Il racconto della vera affascinante storia di Davide "Zaza" Previdi,
del trapianto di cuore a cui è stato sottoposto e del viaggio in moto
fatto col mio amico Ferrari Daniele Budo e i ragazzi di Nati per la Moto.
Tutti i proventi di questo fantastico progetto a cui ho avuto la
fortuna di poter partecipare andranno in beneficienza, ma questa è
un'altra storia. Che tra qualche giorno racconterò e spiegherò in ogni
dettaglio a chiunque vorrà sentirla.
Pe raccedere al libro cliccare qui
sabato 29 febbraio 2020
martedì 11 settembre 2018
Il sentiero sotto i piedi
Questo brano fa parte di un fantastico progetto ideato dal Maestro Fabio La Malfa, ed è pubblicato nel volume intitolato "Judo, superare i propri limiti", pubblicato nel 2018 dalla Luni Editrice.
Per info sul libro cliccare qui
Mi chiamo Alessandro Bruyère, vivo a Torino, ho 35 anni, e sono un judoka.
Per info sul libro cliccare qui
Mi chiamo Alessandro Bruyère, vivo a Torino, ho 35 anni, e sono un judoka.
Fa sempre sorridere osservare l’espressione di chi ascolta
queste parole. E’ difficile che qualcuno non addetto ai lavori riesca a
cogliere in quell’ultima parola, che così tanto mi rappresenta, l’essenza di
ciò che nasconde.
Il mio presentarmi come judoka non è un mero affermare che,
come si sente spesso nel linguaggio comune, faccio
judo.
E non è neanche un tentativo di apparire in un certo modo o
di appropriarmi di ciò che non è mio.
E’ un riconoscermi in quel termine. E’ un rendermi conto che
ciò che sono, e chi sono, è il
risultato di ciò che ho fatto finora. E nonostante io abbia fatto nella mia
vita un sacco di cose meravigliose, alle base c’è sempre stato il judo. E’
sempre stato il mio filo di Arianna, ciò che mi ha aiutato a destreggiarmi nel
labirinto della vita di tutti i giorni, e che ha sempre rappresentato per me il
sentiero che ho avuto e che ho sotto i piedi.
Per questo, sono un judoka.
Mi è stato chiesto più volte, nell’arco di una vita intera,
che cosa mi abbia dato il judo. Se dovessi fare un elenco dettagliato di ciò
che sento che mi ha dato citerei senza dubbio la sicurezza in me stesso. La
capacità di risolvere problemi e situazioni. L’adattabilità. La non paura di
cadere, in qualsiasi circostanza, letterale e metaforica. La capacità, un
grande classico, di rialzarmi. La bellezza della gara. La pervicacia e la
testardaggine. La confidenza con la vittoria, e con la sconfitta. La tecnica.
Le orecchie gonfie e le dita storte. Quell’irrazionale piacere di avercele, le
orecchie rotte e le dita storte. Il rispetto e la disciplina. Il profumo del
tatami, e la sensazione che quest’ultimo dà nel riempire la pianta di un piede
abituato a salirvici.
Citerei la mia forza, non quella fisica ovviamente.
Citerei le delusioni, figlie legittime di aspettative e
sogni. E quindi citerei i sogni. Quelli nel cassetto, quelli raggiunti e quelli
che sono rimasti tali. In qualsiasi modo li si pensi, la benzina vera per un
corpo semi perfetto come il nostro.
Citerei le innumerevoli gare e gli innumerevoli viaggi. Gli
alberghi di lusso delle gare più prestigiose e quelli a una stella (forse) delle
gare (forse) più belle. Pulimini, aerei, macchine, treni, bus. Catapecchie
economiche e appartamenti mozzafiato. La capacità di fare la borsa. Centinaia, migliaia di borse. Fatte e sfatte e poi
rifatte e risfatte. Come si piega un judogi? E una cintura?
Citerei, seguendo il flusso di coscienza in cui mi sono
immerso, l’affetto mostratomi e sentito a mia volta per i miei genitori, mia
madre sempre preoccupata e mio padre primo tifoso in assoluto, presente ad ogni
gara. In qualche modo entrambi anche ad ogni allenamento. Se non fosse stato
per loro non lo sarei, un judoka. E mio
fratello, senza il quale indubbiamente non sarei la persona che sono.
Citerei ancora una quantità illimitata di aspetti, credo, ma
immagino che potrei assommarli tutti in un unico concetto: quello dell’esperienza.
Un’esperienza che è fatta di conoscenza e sensazioni, di
emozioni difficile da dire. Di avvenimenti che rimarranno per sempre, alcuni
esilaranti, altri incredibilmente emozionanti, altri umilianti, alcuni
difficili da superare. Tutti irripetibili.
Credo che sia questo, ragionando mentre scrivo queste
parole, il vero valore aggiunto del judo per me.
Non sono in grado di dire se esista o meno qualcos’altro in
grado di fornire una medesima esperienza. Cioè, esiste senza dubbio, ma non
conoscendo niente altro di simile non posso fare paragoni.
Credo che sia proprio l’esperienza che il judo ti dà, a
renderti judoka al 100%.
E non sto intendendo l’esperienza data dal puro agonismo. E’
vero, il mio judo è sempre stato agonistico e improntato al raggiungimento di
mete sportive. Ma come ho già avuto modo di scrivere in altre sedi, non penso
si possa parlare di tipologie di judo differenti. Può essere diverso
l’approccio, la quantità di tempo che ci si dedica, i fini. Ma il judo è sempre
lo stesso. In qualsiasi modo e in qualsiasi luogo lo si pratichi, sono
fermamente convinto che regali un’esperienza ineguagliabile. E diversa per
ciascuno di noi. I miei studi e i miei viaggi hanno arricchito il mio judo,
spogliandolo in parte dalle vesti di agonista e lasciandolo solo in judogi.
Ho avuto l’incredibile fortuna di poter fare del judo la mia
vita in toto. E’ il mio lavoro, oltre che la mia passione. In seguito ai
risultati ottenuti in età giovanile a 21 anni ho avuto il privilegio di entrare
a far parte del Gruppo Sportivo delle Fiamme Azzurre, quello della Polizia
Penitenziaria, che mi ha permesso di dedicarmi al 100% al tentativo di
raggiungere i miei sogni e che tuttora mi permette di farlo.
Questa mia fortuna si è tradotta nel raggiungimento di un
altro grande traguardo, quello di diventare un allenatore. Le sfide cambiano,
le difficoltà si trasformano, le emozioni si moltiplicano. Il judo rimane.
Ora ho un modo per trovare un senso ai i miei errori, e per
darne uno diverso a ciò che invece ho fatto bene. Ora guardo sia indietro lungo
la strada fatta fino ad adesso, sia avanti verso quella che mi aspetta, e trovo
un senso ancora maggiore a questa mia esperienza.
Il mio è un tentativo di trasmettere ciò che il judo mi ha
dato e mi sta dando. Qui, con queste parole. Sul tatami, coi miei ragazzi. E
nella vita di tutti i giorni, con le persone che mi stanno accanto.
L’obiettivo è quello di trovare il modo giusto per farlo. E’
difficile tradurre le proprie emozioni e le proprie sensazioni agli altri. Il
rischio è quello di volere che le altre persone capiscano al volo, vivano le
situazioni come le ho vissute io, imparino le cose come le ho imparate io. Più
per facilità di comunicazione, che altro.
Ma proprio come quando combattevo, quando ogni avversario
era diverso e ognuno aveva il suo modo personale di fare judo, rendendo
quest’arte marziale senza dubbio una delle più affascinanti e difficili al
mondo, ogni mio allievo, ogni persona, vive il judo e la vita a modo suo. E
averlo capito davvero, dopo un attimo di sconforto di fronte ad una difficoltà
così grande, mi ha dato una visione ancora più favolosa del judo, che come mio
padre non si è mai stancato di ripetermi: è lo
specchio della vita. E mi ha dato soprattutto nuovi stimoli e nuova voglia
di continuare a calcare quel tatami.
E capisco che non solo il judo mi ha dato ciò che sono, ma
mi darà ciò che sarò. Che io continui a salirci sul tatami, come spero
fermamente, sia che io non lo faccia.
Non è questione di fare judo, ma di essere judoka.
venerdì 7 settembre 2018
Gita al Bric Ghinivert
Accademia on the Rocks
Sabato 21/07/2018
Destinazione: Bric Ghinivert. Alpi Cozie, Alpi del Monginevro. 3037 mt. Parco Naturale della Val Troncea. Partenza: Laval. Parcheggio a pagamento: 5 euro. Possibilità di navetta: 5 euro a/r. 3,5 euro a tratta. Fino a Rifugio Troncea 1915 mt. 3486053503 per prenotare il servizio.
E’ forse raro vedere un gruppo così eterogeneo inerpicarsi in fila indiana su per sentieri montani e paesaggi mozzafiato. Eppure oggi il judo dell’Accademia Torino ha deciso di colorare in maniera variegata e inusuale la splendida Val Troncea, andando alla conquista coi sui judoka dei 3037 mt del Bric Ghinivert.
Il “bullmino” e la macchina del veterano Giorgio hanno infatti fatto scendere nel parcheggio di Laval, località deliziosa subito oltre Pragelato e Pattemouche, ben 12 atleti e il coach Ale. Le regole del parco prevedono infatti la possibilità di lasciare i mezzi nel parcheggio di Laval, al prezzo di 5 euro, e di poter decidere se raggiungere il Rifugio Troncea a piedi (40 min.circa) o usufruendo del servizio navetta (5 euro a/r, 5-10 minuti di tragitto).
I preparativi sono lenti a raffazzonati, ma anche se in fretta e furia i judoka riescono a farsi trovare puntuali (partenza ore 09.00 dal parcheggio) e a raggiungere così il rifugio. Un veloce caffè e le ultime dritte del coach, soprattutto ai neofiti: la passeggiata è facile e sicura, ma la montagna non va mai sottovalutata e va sempre rispettata. Un po’ come un compagno/avversario di judo.
Concentrarsi, respirare e aprire gli occhi e le orecchie. E via.
Il sentiero Ept 320 inizia poco sopra il rifugio, ed è sempre molto ben segnalato. Tramite di esso ci si infila in un fresco lariceto e tramite altrettanto facili tornanti si guadagna gradatamente quota, uscendo lentamente dal bosco e continuando su pendii erbosi. Un bivio permette di allungare il percorso passando dall’ Angolo e dalle miniere di rame abbandonate, girando a destra, ma la squadra di torelli decide di avviarsi verso la cima, ed eventualmente di compiere un anello al ritorno.
Continua il sentiero e continuano i tornanti sempre senza grosse difficoltà e con pendenze sempre poco faticose, e in due orette e mezza circa, considerate anche le numerose pause tentate dai ragazzi, ma smorzate dal coach, i judoka raggiungono lo splendido colle del Beth con i suoi affascinanti laghi. La temperatura è alta, e un favorevole sprazzo di cielo azzurro fa pensare a tutti (quasi) la stessa cosa. Da lì a dar via alla pazzia è un attimo: ad uno ad uno i ragazzi (chi di sua spontanea volontà chi un po’ più forzato..) si spogliano ed ognuno a modo suo trasforma quella piscina naturale dai colori che sanno di dipinto in un gelido parco acquatico.
Il sole gioca con loro, nascondendosi all’ occasione dietro nuvole che da lì in avanti si faranno sempre più grosse e pesanti, costringendo i ragazzi alla repentina ritirata.
Il Bivacco del Colle del Beth, subito sopra i laghi, è una location perfetta per un pasto veloce e una pausa rigenerante. E’ chiuso e le chiavi sono da richiedere e ritirare direttamente all’ ingresso del parco chiamando preventivamente (10 euro a notte su prenotazione), ma nonostante ciò offre riparo dal vento e comode panchine.
Dopo un panino veloce i torelli decidono di lasciare gli zaini nel locale invernale, sempre aperto e molto spartano, e di andare finalmente in cima. Il Bric Ghinivert dista meno di un’oretta, durante la quale si risale l’evidente punta su pietraia e sfasciumi spruzzati qua e là di neve, ma potendo seguire una traccia ben segnalata da ometti e qualche segno di vernice. Difficile sbagliarsi in ogni caso, la croce di cima compare dopo un breve tratto, non resta che guardare bene su che pietra si poggia il piede e salire buttando un occhio verso l’alto.
La cima è un vero spettacolo. Il panorama a 360 gradi regala un’ottima visuale di tutta la Val Troncea, con un affaccio fantastico sui laghi e il bivacco, che giacciono tranquilli su di un terrazzo naturale circondato dalle ultime nevaie che intaccano un verde non ancora accesissimo ma suggestivo.
Qualche ragazzo soffre l’altezza, per alcuni di loro è la prima volta in quota. Ma l’euforia di aver raggiunto tutti insieme l’obiettivo eclissa ogni altra sensazione. L’emozione è palpabile, anche tra i più abituati. Andare in montagna in tanti può essere un problema sotto tanti aspetti, ma la condivisione di quel momento ripaga tutto il resto. Si starebbe su per delle ore.
Le nuvole però iniziano a gonfiarsi su in alto e la nebbia sembra volerle raggiungere dal basso. Una lieve pioggerella bagna delicatamente i k-way del gruppo, che a malincuore decide di iniziare la discesa.
Il ritorno al bivacco è veloce e divertente. Da lì, il coach e Giorgio studiano la cartina e decidono per l’anello. Dopo un tratto iniziale sul percorso di salita, si devia a sinistra verso le miniere. E’ troppo tardi e il tempo troppo brutto per cercarle e visitarle, e così si scende ancora. Raggiunto il punto chiamato l’Angolo, altra deviazione. Entrano in gioco cartina e bussola, visto che ormai la visibilità è poca. Una bozza di sentiero, sicuramente utilizzato dai pastori, scende ripido verso il punto in cui (teoricamente) si trova il rifugio. Nonostante la pioggia intervallata da breve schiarite, le mucche puntellano il tragitto, curiose dello strano gruppo che scende zoppicando dai loro campi. Qualche marmotta fugge bagnata da una tana all’ altra, dopo aver salutato i ragazzi con i loro acuti fischi.
In un paio di ore mai piacevoli per ginocchia provate dallo sport, in cui si attraversano due torrenti che tagliano i relativi valloni, si intravede finalmente il rifugio alla fine del bosco di larici affrontato da un altro ingresso.
E dopo 6 ore e 22 esatte, l’anello è completato, per un totale di 12 km e di 1000 mt di dislivello in salita e altrettanti in discesa.
Il Rifugio è aperto e operativo, e la navetta a disposizione per riportare alle macchine i nostri ragazzi. Un tagliere di salumi e toma e birre e acqua fresche sanciscono la fine dell’avventura, che senza dubbio ha avuto l’effetto desiderato. Non solo regalare paesaggi pazzeschi anche ai più abituati, non solo fungere da allenamento estivo e unire ancora di più il gruppo. Ma anche far assaggiare la montagna ai judoka che non la conoscevamo, di quel sapore di cui poi, una volta conosciuto, difficilmente si riesce a fare meno.
#forzatorelli
mercoledì 23 novembre 2016
Studente e judoka
Studio e Sport, connubio possibile.
Mi chiamo Alessandro Bruyère, sono insegnante tecnico di judo del Gruppo Sportivo delle Fiamme Azzurre, per il quale ho combattuto per tanti anni. Ho avuto l’onore di vestire i colori della Nazionale Italiana ed ho fatto del judo la mia vita. Questa disciplina meravigliosa permea oggi per intero la mia quotidianità.
Sia il judo che i miei genitori mi hanno sempre insegnato che, sbilanciandosi troppo, inevitabilmente, si cade e che per trovare equilibrio occorre bilanciare. Ho dunque ricercato nello studio il mio contrappeso alla disciplina sportiva.
Finito il liceo, ho deciso iscrivermi all’Università di Lettere e Filosofia. Pur con qualche ritardo, posso dire di aver completato il mio corso di studi e di potermi orgogliosamente fregiare del titolo di dottore in Filosofia.
E’ dunque impossibile conciliare sport e studio? Evidentemente no. E’ facile? Nemmeno, in tutta sincerità.
Sul tatami ho imparato che una cosa difficile non è altro che un limite il cui superamento prevede una sfida con se stessi. Se l’atteggiamento è positivo tutto diventa raggiungibile. E la difficoltà del percorso non fa che rendere ancora più soddisfacente la meta.
Ma come coniugare la scuola superiore o il percorso di studi universitario con la pratica sportiva, considerando i sacrifici che richiedono?
E’ innegabile che i tempi cambino e che la società sia in continuo mutamento. Lo sport conquista spazio nella vita dei ragazzi, sponsorizzato e divulgato incommensurabilmente dalla tv satellitare, da internet, dai social network.
Per molti, purtroppo, la conquista resta virtuale, per altri, invece, diventa fattore centrale della vita che porta ad aspirare a diventare un campione, ad essere uno sportivo di fama internazionale, a coltivare il sogno di una vittoria olimpica.
La recenti medaglie di Rio conquistate da Fabio Basile e Odette Giuffrida hanno dato una scossa di grande energia al movimento del judo italiano, amplificando l’impegno ed il desiderio di successo di tanti ragazzi che, in maniera quasi tangibile, hanno potuto percepire quella sensazione trionfale.
Ma la vita di tutti i giorni richiama poi all’ordine. “Maestro, stasera non ci sono chè domani ho una verifica a scuola”, “Ho un’ esame all’Università”. Quante volte in una stagione si sentono queste frasi. Quante volte le ho pronunciate io stesso.
Sembra di trovarsi ogni volta di fronte ad un bivio. Che strada percorro? Qual è la scelta più giusta?
Indubbiamente il vero judoka, come ogni vero atleta, inconsciamente sa già dove vorrebbe andare. La vita reale, tuttavia, disciplinata da una coscienza matura o dai consigli dei più esperti genitori, invita ad evitare di adottare scelte impulsive. Si perderebbe forse l’equilibrio. Ci sono strade, infatti, che non si possono percorrere a ritroso.
Arriva infatti quel giorno in cui ci si accorge che è troppo tardi per studiare e che i sogni non dipendono solo più da noi ma da come necessariamente va il corso degli eventi. Ci si rammarica di non aver tenuto più le porte aperte, di non aver imboccato contemporaneamente, anche se più faticosamente, l’una e l’altra strada.
In questo panorama diventa senza dubbio condizionante il ruolo di genitori, allenatori e istituzioni.
Il confine tra il sostegno e il divieto diventa davvero sottile e quasi si confonde. La difficoltà maggiore sta nel cercare di convincere l’atleta a dedicarsi allo studio, non senza trascurare lo sport. O viceversa.
Purtroppo tra famiglia e allenatore è frequente vi sia un rapporto conflittuale dato dalla diversa direzione nella quale si vuol orientare il ragazzo. Ci si dimentica che il futuro equilibrato di questi dipende proprio dalla capacità di armonizzare le direttive delle figure che lo seguono e lo spronano.
È dunque auspicabile si trovi un punto di incontro tra le società sportive, le famiglie e la scuola. Questa sinergia pare essere la soluzione ideale affinchè si radichi la consapevolezza che il raggiungimento del successo in ambito sportivo non può prescindere, ed anzi, si alimenti dei successi ottenuti nello studio.
Ciò che conta è aiutare il ragazzo ad acquisire un metodo generale di approccio alle cose che possa condurlo autonomamente a trovare il giusto equilibrio nella vita e a capire in che modo potersi dedicare contemporaneamente allo studio e alla disciplina sportiva. Ovunque arrivi quel ragazzo, lo farà coscienziosamente, con le sue forze, sicuro di sé, senza mai perdere l’equilibrio.
L’appoggio delle istituzioni, infine, completa il quadro. La Circolare Ministeriale n. 20 del 4/3/2011 e il DPR n. 122/2009 (Validità dell’anno scolastico per la valutazione degli alunni nella scuola secondaria di primo e secondo grado) emanata dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Dipartimento per l’Istruzione, Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e per l’Autonomia Scolastica, traccia un solco normativo alla coniugazione tra studio e sport e pone l’attenzione sulle assenze scolastiche per motivazioni sportive.
L’articolo 14, comma 7 della C.M. e gli artt. 2 e 14 del DPR [nota n. 1 in allegato] evidenziano come come siano previste dalla scuola secondaria di primo e secondo grado delle deroghe al limite delle assenze (obbligatori tre quarti di presenza del monte ore annuale), se documentate e continuative. E a condizione che tali assenze non pregiudichino la possibilità di valutare gli alunni interessati. Tra le casistiche apprezzabili ai fini delle deroghe vengono citate proprio le assenze dovute a: partecipazione ad attività sportive e agonistiche organizzate da federazioni riconosciute dal C.O.N.I.
A completamento della sopracitata Circolare Ministeriale si aggiunge la nota n. 2065 del 2 marzo 2011, con oggetto: D.P.R. 22.6.2009, n. 122 – Numero massimo assenze annuali e svolgimento pratica sportiva agonistica, dove si legge:
“Non si tratta di un principio assoluto riducibile ad un mero accertamento aritmetico ma di disposizioni che mirano a contrastare comportamenti ascrivibili a disimpegno dalla vita scolastica. Sono infatti previste delle deroghe motivate in rapporto alle cause che hanno determinato le assenze e che debbono essere oggetto di attenta valutazione da parte dei consigli di classe, fermo restando che debbono comunque sussistere elementi di giudizio sufficienti per la valutazione degli apprendimenti degli alunni.”
(Per le assenze dovute allo svolgimento della pratica sportiva agonistica si rimanda alla nota n. 2065 del 2 marzo u.s., richiamata dalla Circolare del M.I.U.R.)
Leggendo attentamente sia la Circolare Ministeriale che la nota citata, ci si accorge di come anche il Ministero dell’Istruzioni sposi l’idea della ricerca di un giusto compromesso, che non penalizzi gli atleti ma che garantisca in ogni caso un corretto approccio al percorso di studi. Il richiamo alla “attenta valutazione dei consigli di classe” è la clausola che lascia aperta la questione e rimanda al buon senso e all’ampiezza della visione di chi ha il coltello dalla parte del manico.
Lo sforzo, dunque, deve avvenire da parte di tutte le figure coinvolte nel progetto: ragazzo, genitori, struttura sportiva, istituzioni. Se l’obiettivo è chiaro e comune e se si arriva a capire che il miglioramento di un singolo individuo determina il miglioramento dell’intera società, allora il raggiungimento di quell’obiettivo non solo non è impossibile, ma diventa la scelta migliore.
Lo stesso Jigoro Kano, il fondatore del judo, professava due principi: il “miglior uso dell’energie” e il “tutti assieme per progredire”, convinto che tramite l’educazione scolastica e il judo ogni individuo potesse migliorarsi ed accrescere il suo spirito, migliorando di conseguenza la società.
In quest’ottica diventa possibile non solo percorrere le due diverse strade, ma anche farle coincidere. I due diversi percorsi si intrecciano senza soluzione di continuità, arrivando a formarne uno unico e più completo.
Personalmente, ho cercato di farlo, arrivando a scegliere come tesi di laurea un argomento che fosse lo specchio della mia vita e della mia “strada”. Ho cercato di intrecciare il mio percorso di studi con il judo e ho capito che l’elemento in comune non era altro che il filo di Arianna che ci ha portato fin qui: la Via di ognuno di noi.
Ho analizzato il concetto di Via ed ho scritto una dissertazione dal titolo: La Via è sotto i piedi. Analisi del concetto di Via nel Buddhismo, nello Zen e nelle arti marziali.. La Via è l’argomento, il judo - la via della cedevolezza - il punto di arrivo.
E’ stato un koan Zen ad ispirare la mia tesi, una sorta di precetto dei monaci Zen che non ha soluzioni definitive e sul quale loro meditano, cercando di scoprirci all’interno la miglior interpretazione. E’ un koan che si inserisce perfettamente nel discorso fatto fin qui ed esalta il pensiero che in fondo dipende tutto da come ognuno di noi decide di indirizzare la propria vita e con il quale concluderò questa trattazione, sperando possa regalarvi ciò che ha regalato a me:
“La via è sotto i vostri piedi”.
Alessandro Bruyère
Nota 1:
L’articolo 14, comma 7, del Regolamento prevede che “le istituzioni scolastiche possono stabilire, per casi eccezionali, analogamente a quanto previsto per il primo ciclo, motivate estraordinarie deroghe al suddetto limite [dei tre quarti di presenza del monte ore annuale]. Tale deroga è prevista per assenze documentate e continuative, a condizione, comunque, che tali assenze non pregiudichino, a giudizio del consiglio di classe, la possibilità di procedere alla valutazione degli alunni interessati”.
Spetta, dunque, al collegio dei docenti definire i criteri generali e le fattispecie che legittimano la deroga al limite minimo di presenza. Tale deroga è prevista per casi eccezionali, certi e documentati. È compito del consiglio di classe verificare, nel rispetto dei criteri definiti dal collegio dei docenti e delle indicazioni della presente nota, se il singolo allievo abbia superato il limite massimo consentito di assenze e se tali assenze, pur rientrando nelle deroghe previste dal collegio dei docenti, impediscano, comunque, di procedere alla fase valutativa, considerata la non sufficiente permanenza del rapporto educativo.
Ad ogni buon conto, a mero titolo indicativo e fatta salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche, si ritiene che rientrino fra le casistiche apprezzabili ai fini delle deroghe previste, le assenze dovute a:
gravi motivi di salute adeguatamente documentati;
terapie e/o cure programmate;
donazioni di sangue;
partecipazione ad attività sportive e agonistiche organizzate da federazioni riconosciute dal C.O.N.I.;
adesione a confessioni religiose per le quali esistono specifiche intese che considerano il sabato come giorno di riposo (cfr. Legge n. 516/1988 che recepisce l’intesa con la Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno; Legge n. 101/1989 sulla regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione delle Comunità Ebraiche taliane, sulla base dell’intesa stipulata il 27 febbraio 1987).
scritto il 23 nov 2016
mercoledì 8 giugno 2016
Uno spettacolo magico
E’ il 27 maggio 2016, un caldo venerdì sera primaverile.
Sono le 20.30 e le luci della sala polivalente del teatro Operti di Torino
piano piano si spengono. Sul palco qualche sedia, delle chitarre, un tatami e
un paravento. Sullo sfondo la scenografia colorata a matita da esperte mani di
bambino. In platea genitori, parenti, fratellini e cuginetti. Gli attori
sono i bambini della 3° D della scuola elementare Carlo Casalegno di
Torino e stanno per dar vita ad uno spettacolo che ricorderò per tutta
la vita.
Ammetto che quando scrivevo le pagine del libro “Igei,
storia di un drago che faceva judo” fantasticavo oltre che sulle
avventure del draghetto Igei anche su future rappresentazioni della storia che
stavo creando. Ma non so quanto ci credessi sul serio. Pensavo a spettacoli
teatrali, ad attori adulti ma anche a mini bravissimi attori. A ipotetiche
scenografie e ipotetiche sceneggiature.
La realtà alle volte supera la fantasia.
L’idea venne ad Immacolata Calabrese, la mia prima maestra
di inglese, proprio lì, alla scuola Casalegno, decine di anni fa. Un
grandissimo affetto, che perpetua nel tempo. Mi contattò, complice la mia
mamma, e mi chiese di incontrarci, aveva qualcosa da propormi.
Conobbi ad una mini riunione Davide Fratta, il
maestro di musica, e Petrizia Antonia Ioghà, la maestra di italiano
e storia che si occupa delle recite dei bimbi e del laboratorio teatrale.
Hanno letto il libro e li ha entusiasmati, vorrebbero farne
uno spettacolo. La 3° D è una classe incredibile, hanno già fatto altre recite
e si sono innamorati del libro.
Bello. Bellissimo. Se mi piace l’idea? Mi fa impazzire.
Sarebbe davvero meraviglioso.
Davide emana professionalità ed è un vulcano di idee,
Petrizia di entusiasmo e di bene per i suoi bimbi. Immacolata precisa , lucida
e positiva, ha una visione molto chiare su ciò che lo spettacolo potrebbe
essere. Sono un team perfetto, chissà, potrebbe davvero venirne fuori qualcosa
di bello.
Beh, ne è venuto fuori qualcosa di magico.
Davide Fratta si è occupato non solo dei testi, ma anche
delle musiche originali. 10 tracce cantate e musicate dai bimbi, che il maestro
ha poi racchiuso in un cd che ha regalato agli spettatori. Petrizia Ioghà si è
occupata della scenografia, del coordinamento della classe e della parte
teatrale del tutto. Entrambi si sono dedicati alla regia. Io ho dato un piccolo
contributo mostrando ai bimbi qualche gesto, le cadute, proiezioni basilari,
che loro hanno trasformato in incantevoli movimenti per il teatro delle ombre.
Già, perché il palco è diviso in tre settori. Sulla destra una parte dedicata
ai musicisti, in centro lo spazio dedicato alla recitazione vera e propria, sulla
sinistra un romantico separé con un faretto che lo illumina da dietro,
proiettando le ombre degli attori e trasformandole in eleganti attrici.
I bambini si alternano: una scena fanno parte del gruppo dei
musicisti, una scena fanno parte degli attori, una scena parte delle ombre.
Tutti fanno tutto. Nessuno è diverso dagli altri, c’è spazio per tutti e il
tutto funziona solo con le performance di ogni singolo bambino/attore. Tre
scene che si susseguono collegate da brevi intervalli musicati dalle chitarre e
dalle armoniche dei bambini.
I personaggi della storia si riconoscono dalle piccole
corna colorate da drago che hanno in testa e dalla cintura del judogi
coordinata. Gli Igei hanno le corna gialle e i Gei Do verdi. Ci saranno delle
bellissime Kiki con le cornine rosa e simpatici Omoi con le corna blu. Cornine
bianche per i velocissimi Speedy .
Sono fantastici. C’è il bimbo che recita tutto d’un fiato,
quello che si dimentica una parola e ci sorride sopra e quello che fa la faccia
terrorizzata. C’è la bimba che da grande farà sicuramente l’attrice e quella
che non si ricorda se quello sia il suo turno o no. Sono fantastici nel loro
essere genuini. E bimbi. Sono bravissimi. Recitano e si impegnano al massimo.
Suonano. Cantano. Cantano loro, tutti assieme. Le loro ombre danzano. Fanno
proprie delle frasi davvero difficili, ridono, si emozionano, si spaventano.
La scenografia cambia di scena in scena. I disegni dei bimbi
riproducono alla perfezione il dojo del maestro Gei Do, la scuola, la sveglia
di Igei. La casa del draghetto.
La storia scorre limpida e viene raccontata con delicatezza
e caparbietà.
E alla fine tutti sul palco, tutti con le mani unite, a
cantare il brano “Io mi chiamo Igei”. Tutti assieme cantano la frase “io voglio
vincere” con le mani al cielo.
Che emozione. E’ difficile raccontarla o spiegarla. L’unica
cosa che mi viene da scrivere è che per me è stato un regalo ineguagliabile.
L’applauso finale riempie il teatro.
Salgono sul palco anche la maestra Petrizia e il maestro
Davide, a prendersi giustamente la loro parte di applauso e gli innumerevoli
complimenti, da parte della platea ma anche da quella degli stessi mini attori.
Sono loro due che hanno reso possibile tutto ciò. Hanno fatto un lavoro
eccellente. Le canzoni e i testi di Davide sono davvero belli ed emozionanti.
Inerenti alla storia e allo stesso tempo originali e creativi. Lo spirito con
cui i bambini li hanno imparati e recitati ed eseguiti è meraviglioso.
Mi sento di ringraziarli col cuore e di dir loro che lo
spettacolo a cui ho avuto la fortuna di assistere è qualcosa che non
dimenticherò mai.
Una sensazione su tutte, in particolar modo, sarà sempre con
me. E infonde fiducia nel progetto che stiamo portando avanti e nella vita in
generale.
Appena prima che lo spettacolo iniziasse Petrizia mi ha
portato dai bambini, che ultimavano i preparativi. Erano agitati ed emozionati,
ma pronti. Mi hanno accolto con gioia. “Ciao Ale!!” “Siamo pronti!” “Ci
impegneremo al massimo per questa recita!” “Non vediamo l’ora di cominciare!
“Abbiamo paura!”. Quanto assomigliava ad una gara di judo, il tutto.
“Ciao ragazzi! Siete bellissimi! E sono sicuro che sarete
grandiosi! So che siete agitati, ma ricordatevi sempre la cosa più importante
quale dovrebbe essere!”
“Diveritirsi!!!!!!”. Mi hanno risposto tutti in coro, quasi
gridando. Sorridendo.
Bravi bimbi, siete riusciti ad imparare la cosa più
importante. Fatelo sempre, non smettete mai di farlo. Divertitevi. Uno
spettacolo teatrale è così simile ad una gara di judo. Ed è così simile ad ogni
sfida che la vita vi metterà davanti. Lo spettacolo potrà essere perfetto come no.
Potrete sapere tutto nei minimi dettagli nello stesso modo in cui potrete
dimenticarvi una frase, una battuta, il vostro turno. Potrete inciampare e
cadere, e rialzarvi ogni volta. Ma vi sarete messi in gioco. Non è il modo in
cui farete questo spettacolo e ogni altro che farete che farà la differenza. La
differenza la farà lo spirito con cui lo affronterete. Esattamente come dice il
maestro Gei Do:
“Divertitevi quando fate una gara, ragazzi miei. Siate più
forti del concetto di vittoria o di sconfitta. I punti sono qualcosa che misura
un singolo gesto, non le vostre capacità o il vostro modo di essere. E
ricordatevi sempre che la cosa davvero importante, in un qualsiasi incontro, è
uscire dal tatami sicuri di aver dato il massimo di se stessi. Senza rimorsi e
senza pensare che avreste potuto fare qualcosa di più. Comunque vada
l’incontro. Solo così avrete raggiunto lo scopo, e cioè vi sarete goduti a
pieno quel momento. Il judo è lo specchio della vita di tutti i giorni, in
fondo. E la vita andrebbe sempre vissuta così.”
Bravi bimbi. Divertitevi, fatelo sempre. E nella vita
vincerete ogni giorno.
Grazie.
Alessandro Bruyère
per info sul libro "Igei, storia di un drago che faceva judo clicca qui o cerca IGEI su facebook
martedì 31 maggio 2016
La medaglia di Michael
Ogni medaglia ha una storia alle spalle. Non esiste una
medaglia più bella di un’altra, proprio perché ognuna di esse ha una sua
storia, diversa da tutte le altre. Che la gente spesso non conosce.
Michael Raso, classe
1992, cintura nera terzo dan, ha conquistato la sua prima medaglia ai
Campionati Italiani Assoluti di judo questo week end. A Torino, la città in cui
vive, si allena, studia e lavora da qualche anno ormai.
Medaglia di bronzo nella difficile categoria dei 60kg.
Un’immagine su tutte rimarrà nella storia dell’Accademia
Torino, perché ognuno dei ragazzi che ne veste i colori in fondo ne scrive
piano piano la storia: l”immagine di Maic (noi lo scriviamo così) accosciato,
con le mani strette a pugno,il viso rivolto al cielo, che urla a squarcia gola l’ultimo
fiato rimastogli nei polmoni, a fianco del suo fortissimo avversario stremato e
disteso al suolo. Maic piange. E un brivido corre nel riverbero dell’applauso
scosciante che riempie il palazzetto torinese.
Se la gente sapesse cosa vuol dire per lui quella medaglia.
Se sapesse quante volte Maic ci è andato così vicino da
sentirne il profumo, non riuscendo a raggiungerla ogni volta per un motivo
assurdo. Se la gente sapesse cosa fa Michael durante il giorno. Se sapesse che
si laureato poche settimane fa in
infermieristica con un voto eccellente, e che per poterlo fare lavora come
tirocinante e aiuta un anziano signore in difficoltà. Se sapesse che è
anche il maestro di spassosi bambini che
fanno pre-judo e di altrettanto spassosi
adulti che fanno judo amatori, in modo da potersi pagare l’affitto lontano
dalla famiglia e da casa, Castelletto sul Ticino, dove anni fa anche lui era
uno spassoso bambino che iniziava judo.
Se sapesse quante volte ha detto con una medaglia di legno
in borsa, “basta, non è giusto, non ne vale la pena”, ma il giorno dopo era di
nuovo suo tatami. Se sapesse i sacrifici,
le sbroccate, il calo peso e i
litigi. E le scuse il giorno dopo.
Beh, se la gente sapesse tutto questo, non penserebbe la sua
medaglia più bella delle altre, perché davvero ogni medaglia è meravigliosa e
ha una storia che la gente non sa.
Ma se sapesse tutto ciò, la gente, capirebbe che sì, ne vale
la pena in fondo. Capirebbe che i sacrifici, se ci credi davvero, prima o poi
ti ripagano. Che la differenza sta tutta nel modo in cui si affrontano le sfide
e nella determinazione con cui si combatte, sul tatami e fuori da lì. Nella
volontà.
Se la gente sapesse, capirebbe ancora di più quelle lacrime.
E forse sorridendo commossa
applaudirebbe ancora più forte.
Bravo Maic!
L’Accademia è fiera di te.
questo è articolo è stato pubblicato sul sito dell'Accademia
Torino. Lo si può leggere cliccando al seguente link: accademiatorino
mercoledì 22 ottobre 2014
IGEI, storia di un drago che faceva judo
INCIPIT
Per trovare il protagonista di questa storia non dobbiamo
guardare verso quel gruppetto di draghi colorati che ridono vicino al cancello
della scuola, ma dobbiamo invece puntare
lo sguardo verso il viale alberato che dalla scuola porta verso la città. La cosa potrebbe apparire un po’
strana, ma eccolo lì, che corre con lo zaino in spalla e una borsa da palestra
a tracolla; è proprio lui. In effetti non sembrerebbe proprio un draghetto
protagonista. A dire il vero non sembrerebbe neanche un drago, ma piuttosto
qualcos’altro. Farà sorridere, ma si
potrebbe dire che assomiglia ad un pollo. Ci si chiederà come possa essere lui,
un drago che assomiglia ad un pollo, goffo e buffo, bianco e non verde, con
quel musone giallo acceso che sembra un grosso becco più che delle fauci
aggressive sputa fuoco.
Ma come si sente sempre dire, le apparenze ingannano.
Si chiama Igei , quel draghetto. Dentro la borsa a tracolla
ha un kimono che gli serve per fare judo, e la sua è una di quelle storie che
vale davvero la pena raccontare.
CAPITOLO UNO
Fino a poco tempo fa era un drago diverso da quello che oggi
vedete farsi sempre più piccolo man mano che corre sorridente verso l’orizzonte.
Non diverso fuori, che fuori conta poco, ma diverso dentro. Fino a poco tempo
fa, in fondo, non aveva ancora conosciuto il maestro Gei Do.
Il giorno che l’ha incontrato per la prima volta non poteva
immaginare quanto la sua vita sarebbe cambiata da quel momento in poi. Stava
tornando da scuola, come tutti i giorni da solo e sconsolato, mentre tutti gli
altri draghetti erano lì vicino che ridevano e giocavano ad inseguirsi nel tentativo di
pestarsi la coda. Qualcuno cominciava già a far fumare le grosse narici, i più
grandi riuscendo anche a sputacchiare piccole palle di fuoco.
Igei rimaneva un po’ lì fuori da scuola ogni giorno alla
fine delle lezioni, nella speranza che qualcuno volesse giocare con lui. Però
spesso si accorgeva che invece di ridere con
lui i draghetti preferivano ridere di lui (e c’è una grossa differenza).
Specialmente quando i più grandi mimavano le sue movenze goffe o il suo musone
giallo. Quando alla fine cominciavano ad imitare un pollo urlando “Chi sono??”
per sentirsi rispondere in coro “Igei, il dra-pollo!!!”, lui sorrideva
forzatamente per tentare di fare vedere che stava al gioco e non si stava
offendendo, e dicendo che era tardi si incamminava verso casa.
Davvero in pochi sapevano quanto simpatico e brillante fosse
in realtà Igei e quanto piacevole fosse passare del tempo con lui. Era troppo
divertente per i draghetti che frequentavano la sua scuola prenderlo in giro,
per porsi il problema. Lui però li capiva, e non faceva altro che rassegnarsi
all’idea che forse avevano ragione loro.
Ed era lì quel giorno, si diceva, lungo quel viale alberato
che dalla scola porta alla città, quando aveva notato al bordo della strada un
drago anziano che sembrava in difficoltà con una grossa borsa. Fermo sul primo
gradino di una scala che conduceva all’entrata di una piccola e curiosa casa,
l’anziano drago osservava la borsona, apparentemente sopraffatto dall’enorme peso
che questa sembrava avere.
Igei gli si era avvicinato senza pensarci, con naturalezza,
e afferrando la borsa, dopo aver provato con difficoltà a sollevarla, aveva
detto educatamente:
“Lasci che la aiuti con questo macigno.”
Il drago anziano aveva sorriso senza girarsi e a Igei era
parso che avesse detto qualcosa come: “eccoti qui”.
“Come?” aveva chiesto il giovane drago.
“No, grazie infinite.” aveva risposto il vecchio. Poi aveva
alzato lo sguardo, lo aveva incastrato con decisione a quello di Igei e aveva continuato:
“Tre draghi giovani e robusti sono passati. Il primo non mi
ha visto. Il secondo si è preso gioco di me. Il terzo ha onorato uno dei
principi più belli e importanti del mondo: la gentilezza.”
Poi come se niente fosse aveva tolto la pesante borsa dalla zampona
di Igei, se l’era caricata con facilità sulle spalle piegando sapientemente le
zampe posteriori, e aveva sentenziato:
“Anche ciò che sembra troppo pesante ha un modo per essere
sollevato. Che sia una borsa, una nave, o un grande peso dentro di noi.”
Igei lo aveva guardato inarcando le sopracciglia, senza
trovare le parole giuste per rispondere allo strano e affascinante personaggio
che aveva davanti. A quel punto il
vecchio drago aveva fatto una specie di composto inchino e senza nessuna fatica
aveva percorso i gradini che lo separavano dalla porta della sua strana casa,
dove dopo un attimo erano spariti lui e la sua borsa.
Igei aveva scrollato il muso perplesso, sollevato le spalle
e senza dire nulla aveva ripreso il suo tragitto verso casa. Ora finalmente
aveva qualcosa di nuovo a cui pensare.
Ecco l'incipit e il primo capitolo del nuovo libro di Alessandro Bruyère, una storia dedicata al judo e al bambino che c'è in ognuno di noi.
Per ulteriori informazioni http://www.italiajudo.com/igei-molto-piu-libro/
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