martedì 31 maggio 2016

La medaglia di Michael


Ogni medaglia ha una storia alle spalle. Non esiste una medaglia più bella di un’altra, proprio perché ognuna di esse ha una sua storia, diversa da tutte le altre. Che la gente spesso non conosce.
Michael Raso, classe  1992, cintura nera terzo dan, ha conquistato la sua prima medaglia ai Campionati Italiani Assoluti di judo questo week end. A Torino, la città in cui vive, si allena, studia e lavora da qualche anno ormai.

Medaglia di bronzo nella difficile categoria dei 60kg.

Un’immagine su tutte rimarrà nella storia dell’Accademia Torino, perché ognuno dei ragazzi che ne veste i colori in fondo ne scrive piano piano la storia: l”immagine di Maic (noi lo scriviamo così) accosciato, con le mani strette a pugno,il viso rivolto al cielo, che urla a squarcia gola l’ultimo fiato rimastogli nei polmoni, a fianco del suo fortissimo avversario stremato e disteso al suolo. Maic piange. E un brivido corre nel riverbero dell’applauso scosciante che riempie il palazzetto torinese.

Se la gente sapesse cosa vuol dire per lui quella medaglia.
Se sapesse quante volte Maic ci è andato così vicino da sentirne il profumo, non riuscendo a raggiungerla ogni volta per un motivo assurdo. Se la gente sapesse cosa fa Michael durante il giorno. Se sapesse che si  laureato poche settimane fa in infermieristica con un voto eccellente, e che per poterlo fare lavora come tirocinante e aiuta un anziano signore in difficoltà. Se sapesse che è anche  il maestro di spassosi bambini che fanno pre-judo e di altrettanto  spassosi adulti che fanno judo amatori, in modo da potersi pagare l’affitto lontano dalla famiglia e da casa, Castelletto sul Ticino, dove anni fa anche lui era uno spassoso bambino che iniziava judo.
Se sapesse quante volte ha detto con una medaglia di legno in borsa, “basta, non è giusto, non ne vale la pena”, ma il giorno dopo era di nuovo suo tatami. Se sapesse i sacrifici,  le sbroccate,  il calo peso e i litigi. E le scuse il giorno dopo.
Beh, se la gente sapesse tutto questo, non penserebbe la sua medaglia più bella delle altre, perché davvero ogni medaglia è meravigliosa e ha una storia che la gente non sa.
Ma se sapesse tutto ciò, la gente, capirebbe che sì, ne vale la pena in fondo. Capirebbe che i sacrifici, se ci credi davvero, prima o poi ti ripagano. Che la differenza sta tutta nel modo in cui si affrontano le sfide e nella determinazione con cui si combatte, sul tatami e fuori da lì. Nella volontà.
Se la gente sapesse, capirebbe ancora di più quelle lacrime. E  forse sorridendo commossa applaudirebbe ancora più forte.

Bravo Maic!  L’Accademia è fiera di te.

questo è articolo è stato pubblicato sul sito dell'Accademia Torino. Lo si può leggere cliccando al seguente link: accademiatorino

mercoledì 22 ottobre 2014

IGEI, storia di un drago che faceva judo




INCIPIT



Per trovare il protagonista di questa storia non dobbiamo guardare verso quel gruppetto di draghi colorati che ridono vicino al cancello della scuola, ma dobbiamo invece puntare  lo sguardo verso il viale alberato che dalla scuola porta verso la  città. La cosa potrebbe apparire un po’ strana, ma eccolo lì, che corre con lo zaino in spalla e una borsa da palestra a tracolla; è proprio lui. In effetti non sembrerebbe proprio un draghetto protagonista. A dire il vero non sembrerebbe neanche un drago, ma piuttosto qualcos’altro.  Farà sorridere, ma si potrebbe dire che assomiglia ad un pollo. Ci si chiederà come possa essere lui, un drago che assomiglia ad un pollo, goffo e buffo, bianco e non verde, con quel musone giallo acceso che sembra un grosso becco più che delle fauci aggressive sputa fuoco.
Ma come si sente sempre dire, le apparenze ingannano.
Si chiama Igei , quel draghetto. Dentro la borsa a tracolla ha un kimono che gli serve per fare judo, e la sua è una di quelle storie che vale davvero la pena raccontare.






CAPITOLO UNO


Fino a poco tempo fa era un drago diverso da quello che oggi vedete farsi sempre più piccolo man mano che corre sorridente verso l’orizzonte. Non diverso fuori, che fuori conta poco, ma diverso dentro. Fino a poco tempo fa, in fondo, non aveva ancora conosciuto il maestro Gei Do.
Il giorno che l’ha incontrato per la prima volta non poteva immaginare quanto la sua vita sarebbe cambiata da quel momento in poi. Stava tornando da scuola, come tutti i giorni da solo e sconsolato, mentre tutti gli altri draghetti erano lì vicino che ridevano  e giocavano ad inseguirsi nel tentativo di pestarsi la coda. Qualcuno cominciava già a far fumare le grosse narici, i più grandi riuscendo anche a sputacchiare piccole palle di fuoco.
Igei rimaneva un po’ lì fuori da scuola ogni giorno alla fine delle lezioni, nella speranza che qualcuno volesse giocare con lui. Però spesso si accorgeva che invece di ridere con  lui i draghetti preferivano ridere di  lui (e c’è una grossa differenza). Specialmente quando i più grandi mimavano le sue movenze goffe o il suo musone giallo. Quando alla fine cominciavano ad imitare un pollo urlando “Chi sono??” per sentirsi rispondere in coro “Igei, il dra-pollo!!!”, lui sorrideva forzatamente per tentare di fare vedere che stava al gioco e non si stava offendendo, e dicendo che era tardi si incamminava verso casa.
Davvero in pochi sapevano quanto simpatico e brillante fosse in realtà Igei e quanto piacevole fosse passare del tempo con lui. Era troppo divertente per i draghetti che frequentavano la sua scuola prenderlo in giro, per porsi il problema. Lui però li capiva, e non faceva altro che rassegnarsi all’idea che forse avevano ragione loro.
Ed era lì quel giorno, si diceva, lungo quel viale alberato che dalla scola porta alla città, quando aveva notato al bordo della strada un drago anziano che sembrava in difficoltà con una grossa borsa. Fermo sul primo gradino di una scala che conduceva all’entrata di una piccola e curiosa casa, l’anziano drago osservava la borsona, apparentemente sopraffatto dall’enorme peso che questa sembrava avere.
Igei gli si era avvicinato senza pensarci, con naturalezza, e afferrando la borsa, dopo aver provato con difficoltà a sollevarla, aveva detto educatamente:
“Lasci che la aiuti con questo macigno.”
Il drago anziano aveva sorriso senza girarsi e a Igei era parso che avesse detto qualcosa come: “eccoti qui”.
“Come?” aveva chiesto il giovane drago.
“No, grazie infinite.” aveva risposto il vecchio. Poi aveva alzato lo sguardo, lo aveva incastrato con decisione a quello di Igei e aveva continuato:
“Tre draghi giovani e robusti sono passati. Il primo non mi ha visto. Il secondo si è preso gioco di me. Il terzo ha onorato uno dei principi più belli e importanti del mondo: la gentilezza.”
Poi come se niente fosse aveva tolto la pesante borsa dalla zampona di Igei, se l’era caricata con facilità sulle spalle piegando sapientemente le zampe posteriori, e aveva sentenziato:
“Anche ciò che sembra troppo pesante ha un modo per essere sollevato. Che sia una borsa, una nave, o un grande peso dentro di noi.”
Igei lo aveva guardato inarcando le sopracciglia, senza trovare le parole giuste per rispondere allo strano e affascinante personaggio che aveva davanti.  A quel punto il vecchio drago aveva fatto una specie di composto inchino e senza nessuna fatica aveva percorso i gradini che lo separavano dalla porta della sua strana casa, dove dopo un attimo erano spariti lui e la sua borsa.

Igei aveva scrollato il muso perplesso, sollevato le spalle e senza dire nulla aveva ripreso il suo tragitto verso casa. Ora finalmente aveva qualcosa di nuovo a cui pensare.





Ecco l'incipit e il primo capitolo del nuovo libro di Alessandro Bruyère, una storia dedicata al judo e al bambino che c'è in ognuno di noi.

giovedì 17 aprile 2014

La bontà el caffè

Se mi trovassi a prendere un caffè con Socrate, i e lui seduti allo stesso tavolino, lo guarderei negli occhi (è importante guardarsi negli occhi quando si prende il caffè) e mentre giro lo zucchero gli direi...

"La storia del so di non sapere... è molto affascinante, non c'è che dire." Lui probabilmente sorriderebbe compiaciuto e berrebbe il suo caffè. "Ma c'è qualcosa che non mi convince" continuerei. "Buono?" gli chiederei poi, continuando a guardarlo negli occhi. (E' negli occhi che si legge la verità delle parole). Sia ad un sì, che ad un no,che ad un non lo so, risponderei che per me lo è, infinitamente. "Vedi?" direi. "Il calore di un sorriso, la bellezza di un quadro, le emozioni di un libro, la bontà del caffè. C'è qualcosa che so, nel momento in cui lo vivo." Sorrideremmo entrambi, godendo del nostro caffè.



Questo racconto partecipa al concorso "Storie di caffè". Lo si può votare dal sito http://www.storiedicaffe.it/storie?story=94

venerdì 21 marzo 2014

Il buongiorno si vede dal mattino

Mi ero da poco da poco trasferito nella nuova casa, e una mattina scesi per andare al bar e prendere un caffè. C'era un po' di gente, così aspettai qualche secondo. Appena mi sembrò che il barista fosse libero mi feci avanti....

"un caffè, per favore." gli chiesi al volo,domandomi quanto buono sarebbe stato. L'aroma permeava l'aria e conquistava i sensi. "1 euro e 50" mi disse il barista, appoggiando con gesti precisi la tazzina sul piattino che l'aspettava. Mi sorpresi del prezzo , e lui lo notò. Mi fece l'occhiolino e indicò con lo sguardo il cartello alle sue spalle: "1 caffè:2 euro-1 caffè per favore:1.50 euro-buongiorno mi fa un caffè per favore:80 cent." Sorridemmo divertiti entrambi. "Benveuto" mi disse porgendomi la mano. La strinsi, e stetti bene. Le giornate della mia nuova vita sarebbero inizate deliziosamente.


Questo racconto partecipa al concorso "Storie di caffè". Lo si può votare dal sito http://www.storiedicaffe.it/storie?story=94

giovedì 20 marzo 2014

Come l'acqua del fiume

Questo articolo è stato scritto per l’Angolo dell Cultura, rubrica del judo piemonte, ed è pubblicato sul sito internet: www.judopiemonte.it

Periodo travagliato, questo inizio 2014. Il judo della Fijlkam e dell’Ijf ha cominciato l’anno in quarta e viaggia ad alti ritmi sia a livello planetario che nazionale, costellato da innovazioni e cambiamenti. E da che mondo è mondo, le innovazioni e i cambiamenti fanno notizia e suscitano interesse.
In rete, quel filo invisibile che ormai collega tutto e tutti, un qualsiasi judoka curioso e innamorato della sua disciplina può facilmente leggere migliaia di notizie su nuovi regolamenti e nuovi criteri di scelta e nuovi metodi e chi più ne ha più ne metta.
Inevitabilmente ogni singola notizia crea scalpore e trova seguaci contenti e oppositori critici, ognuno pronto a commentare positivamente o negativamente, ed ognuno a modo suo. Diventa così facile, a quel punto, esagerare in una o nell’altra direzione, sfociando nel sempre dannoso “troppo”.
La cosa bella è che il judo, anche se costantemente sconvolto, preso e rimescolato riesce a rimanere sempre e comunque quell’unica “Via” che i suoi ideogrammi raccontano: laVia della cedevolezza, della gentilezza. E allora come l’acqua che si adatta ad un letto di un fiume che alle volte diventa troppo tortuoso, il judo scorre sui cambiamenti e le critiche e i complimenti e le innovazioni e continua la sua corsa, rimanendo nella sua sostanza più intima sempre Judo. E la cosa ancora più bella è che riesce ad essere quella stessa Via in tutti gli ambiti e a tutti i livelli, muovendosi in egual maniera in ogni ambito e ad ogni livello.
Ricordiamo in queste righe che il Judo ha mille sfaccettature, ai nostri tempi rappresentate da più federazioni e comitati e associazioni, e che in questa sede i nostri riferimenti vanno a cadere su una determinata fascia della nostra disciplina. Generalizzare non porta mai a nulla di buono e farlo riguardo ad un concetto così ampio e con una tradizione così importante come il Judo sarebbe oltraggioso.
Questo solo per ricordare (per non mancare di rispetto a nessuno e per non toccare argomenti che non si possono conoscere a fondo)  che la nostra Fijlkam e la nostra Ijf sono una parte della disciplina che Jigoro Kano il secolo scorso decise di fondare, una delle diramazioni di quell’unica Via, e che al di là di faccende  che esulano dalla nostra competenza come il riconoscimento da parte del Coni o il grado di agonismo chiamato in causa, è semplicemente quella che nel caso specifico ci riguarda direttamente.
Ritornando dopo questa breve puntualizzazione d’obbligo all’argomento di cui si trattava, analizzando il concetto ci si potrebbe domandare da dove derivi questa peculiarità del judo, il suo sapersi adattare alla tortuosità del letto del fiume. Ed è questa domanda a fornirci lo spunto per ripercorrere la Strada a ritroso e arrivare alle sue origini, per conoscerla ancora meglio o anche solo per mera curiosità.
Quasi tutti noi ormai sappiamo che  secondo un’antica leggenda il principio del ju-jitsu, poi trasmesso al judo, del valore della flessibilità fu intuito da Akiyama Shirobei Yoshitoki, un medico e maestro giapponese che guardando la neve cadere sui rami degli alberi notò che i rami di quelli rigidi e possenti, come la quercia, si spezzavano sotto il peso della neve che piano piano si accumulava, mentre i rami sottili e elastici, come quelli del salice, si piegavano sotto il peso della neve facendola scivolare via, senza farsi rompere né curvare.
Ma questa affascinante storia richiama principi ancora più antichi che permeano la tradizione giapponese.
Lao Tzu, il fondatore del taoismo, scriveva:
quando nasce, l’uomo è tenero e debole, quando muore è rigido e forte. Rigidità e forza accompagnano dunque la morte, morbidezza e debolezza accompagnano la vita.
Non è così comune essere al corrente che il taoismo, nato e diffuso in Cina, ha influenzato notevolmente l’aspetto filosofico/religioso (difficile scindere i due campi in questo caso) della cultura giapponese. Il buddismo Zen, branchia del Buddismo giapponese e perno irremovibile di questa cultura, essendosi diffuso nella Cina taoista ha assorbito un imprescindibile concetto che tutt’ora accumuna le due correnti e che in questa breve analisi scopriremo e analizzeremo:
quello del wu-wei, la non-opposizione, il segreto di dominare le circostanze senza opporvisi, base del filastroccante wei-wu-wei, concetto traducibile come azione senza azione, agire senza sforzo.
Per lo Zen infatti la vita si muove troppo rapidamente perché ci si possa accostare per tentativi. Mentre ci si prepara faticosamente a raggiungere il Risveglio, la verità immediata continua a scorrere via. Metaforicamente  il discepolo Zen viene contrapposto a chi indugia sulla riva del fiume domandandosi quale sia il modo migliore di tuffarsi, sentendo la temperatura dell’acqua e chiedendosi come ci starà poi dentro, abituandosi a procrastinare le cose. Egli deve piuttosto camminare tranquillo fino al margine del fiume e lasciarvisi scivolare con calma, senza darsi il tempo di avere timori su ciò che sarà, o di trovare scuse per non buttarsi subito. Senza opporsi alla corrente, ma sfruttando la sua spinta per continuare il proprio percorso.
E questa mancanza di opposizione, questo lasciarsi  trasportare dal fiume della vita viene dal wu-wei citato prima.
Se lo scopo del  wu-wei nel taoismo è quello di mantenere l’uomo in armonia con la natura e con il Tao, in perfetto equilibrio affinché il mondo segua la sua naturale evoluzione e nello Zen è quello di imparare a muoversi con la vita senza cercare di interrompere il suo scorrere, nelle arti marziali sarà l’imparare a non contrastare la forza dell’avversario con la propria, ma a sfruttare quella forza per far cadere il proprio opponente. Il principio del nostro Judo, insomma. Do: Via. Ju: cedevolezza, morbidezza, adattabilità. Judo: La Via della Cedevolezza.
Non ci si sorprenda quindi, se il Judo riesce in ogni caso ad adattarsi a tutti gli sconvolgimenti che piano piano subisce. Fa parte della sua natura. Proviamo a imparare dalla nostra disciplina, in mancanza di altre soluzioni davanti alla effettiva perentorietà di alcune situazioni e decisioni,  a continuare comunque il nostro percorso, senza opporci troppo a scelte che purtroppo non dipendono da noi. Ovviamente ognuno ha il diritto di dire la sua e di manifestare il proprio disappunto in qualsiasi ambito. Ma le critiche non costruttive lasciano un po’ il tempo che trovano, e il tempo scorre in fretta, come l’acqua di un fiume.
Siamo judoka, dopotutto.

Ok, di concetti astrusi e parole strane ne abbiamo scritte abbastanza per questa volta, vi saluto e do appuntamento a chiunque fosse interessato e incuriosito alla prossima volta per scoprire il secondo concetto che il judo ha ereditato dal Buddismo Zen influenzato dal Taoismo e che rende la nostra disciplina una meravigliosa metafora della vita: il satori.

Alessandro Bruyère



mercoledì 3 luglio 2013

Ciao, stambecco


 

 

Camminavo da solo col mio zaino e i miei pensieri. La montagna sotto i piedi. Che buon sapore la beatitudine.

Poi ,al di là di un colle, un simpatico spavento. “Ciao, stambecco”. D’istinto estrassi il cellulare per fotografarlo.

Aspetta. Guardalo, fallo tuo. Respira questo momento. Se lo fotografi ti verrà in mente quando vedrai la foto. Se lo vivi, in mente lo avrai sempre. In ogni caso una foto la farai, sei figlio di quest’era folle. Ma ora è parte di te.

Lui rimaneva lì, brucava. Mi sembrò fare un cenno. “Ciao umano”. Sono parte di lui ora, in fondo.
 
 


Questo racconto partecipa al concorso "Massa città fiabesca di mare e di marmo VII edizione" per la categoria: racconto da max 100 parole.

martedì 28 maggio 2013

"Io faccio judo"


L’arbitro interrompe l’azione e io torno veloce al mio posto. Mi fermo un secondo, le mani sulle ginocchia a cercare un sostegno per il corpo ormai pesantissimo, il volto solleticato da un rivolo costante di sudore. Cerco aria nei polmoni, ma ne trovo troppo poca rispetto a quanta ne vorrei. Il cuore sembra voler uscire da dietro il petto, bruciandolo e  battendolo con colpi secchi e veloci; ritma una melodia frenetica. Sento distintamente la pelle dello sterno contrarsi ad ogni singolo battito. Due chiodi invisibili mi trafiggono gli avambracci e due tenaglie li stringono in una morsa portentosa. Mi volto verso il tabellone del punteggio sperando di leggere sul cronometro più secondi di quelli che invece effettivamente mancano alla fine dell’incontro. Dodici. Pochissimi. Sto perdendo. E manca troppo poco per recuperare. Lo sconforto che credevo di riuscire ad evitare invece arriva, mi acceca per un istante, mi porta volteggiando in giro per il palazzetto.
Voci, sguardi, applausi, fischi, urla, risate, pianti. Un vortice di immagini e colori che mi obnubila la mente.
D’istinto cerco un aiuto o un appiglio fuori dal tatami, provando per un attimo ad ingannarmi, fingendo di non sapere alla perfezione che tanto è la dentro che nei prossimi dodici secondi succederà qualcosa. E che là dentro ci siamo solo io e lui, io e il mio avversario,  per i prossimi dodici secondi.
Ma poi lo vedo nel marasma generale. E’ lì che sorride .Come sempre. Niente lo ha sconfitto.  Mi fa un cenno impercettibile, come a dire Dai. Come a dire Non è finita. Ce la fai. Provaci.

Magari me lo sto inventando. Ma magari invece ce la faccio sul serio. Sono ad un passo dalla qualificazione. Non posso mollare ora. Dopo tutto ciò che ho fatto per arrivare fin qui.

Un passo. Sorrido. Ci provo.

Compito in classe. Tema: “Parla del tuo personaggio preferito”.

Svolgimento: Il Sistema di qualificazione per le Olimpiadi di judo, è uno dei più difficili che ci sono. Con tantissime gare che si disputano negli ultimi due anni del quadriennio olimpico si forma una “ranking list”. I primi ventidue atleti di questa lista si qualificano per le Olimpiadi. Questa è la regola generale, poi ovviamente ce ne sono molte in più. La più brutta, secondo me, è che si può qualificare un solo atleta per nazione in ogni categoria. Il che può essere proprio una rogna, se per esempio in una nazione ci sono molti atleti forti! Al mio idolo è successo proprio così: lui è arrivato quattordicesimo e un altro atleta italiano è arrivato tredicesimo. Così invece di partecipare tutti e due alle Olimpiadi e poter entrambi dimostrare il loro valore, Francesco (si chiama così il mio personaggio preferito), che ha avuto anche delle sfortune, nonostante sia tra i pochi più forti del mondo non è potuto andare. Per me è un’ingiustizia!

Ho parlato con Francesco la prima volta durante il breve intervallo tra una allenamento di judo e l’altro, quando noi piccoli abbiamo finito il turno e scendiamo e i grandi si preparano a salire sul tatami. Che strano che si dica “salire” e “scendere” dal tatami. Per chi non sa che quello è un posto speciale, diverso da tutto il resto, è ancora più difficile da capire come concetto. Credo si dica “salire” e “scendere” perché lassù è un altro mondo. Lì, per esempio, il tempo è una cosa a parte: un allenamento può sembrarti durare un mese intero o solo una manciata di secondi.

Quel giorno proprio non riuscivo a non essere triste che fosse finito l’allenamento. Avevo vinto tutti i combattimenti che facciamo alla fine della lezione e sapevo che a casa  non sarebbe stata una serata allegra. La mamma aveva scoperto che avevo preso una nota perché mi ero azzuffato in classe (stavo difendendo una mia amica, ma alla maestra non interessava il motivo. I grandi pensano sempre di sapere più cose di noi piccoli, ma invece ogni tanto mi sembra proprio il contrario). Sono sceso per ultimo dal tatami visto che mi ci ero fermato per mettere a posto un paio di cose, e i grandi stavano per iniziare. Francesco era lì che rideva in mezzo agli altri ragazzi come se fossero tutti allo stesso livello, anche lui dico, ma lui invece è un super campione, per quello è il mio idolo. L’ho salutato come faccio sempre , lui mi ha porto la mano per battere un  cinque e io l’ho fatto con tutta la forza che avevo per fargli vedere quanta ne ho. E’ rimasto sorpreso! “Wow, che forza!!” ha esclamato, e subito dopo mi ha detto: “Fammi sentire i muscoli”. Io ho piegato il braccio, stringevo così tanto che il kimono mi pizzicava la pelle e ho contratto i muscoli il più possibile, quasi tremavo dallo sforzo. Lui ha schiacciato il mio bicipite con le sue mani enormi e bitorzolute e ha fatto un urlo facendo finta di farsi male alla mano. Abbiamo riso tutti e due e lui facendomi l’occhiolino mi ha detto: “L’ultimo che scende dal tatami o è il più pigro, o è quello che ha più voglia di tutti.” Io gli ho detto solo che sono tutto fuorché il più pigro e lui mi ha dato un pugno (ma piano, se no finivo per terra) sulla spalla e mi ha detto: “E’ così che si diventa forti”. Io ho preso coraggio e ho risposto: “Come te?” Lui allora ha toccato il suo bicipite, ha ritoccato il mio, e andando verso il tatami se no arrivava in ritardo ha detto: “Beh, di più, speriamo!” Poi mi ha salutato ed è salito.

Io volevo dirglielo però l’ho solo pensato, perché non ho colto l’attimo, ma è impossibile: nessuno può essere più forte di lui.

Piano piano io e Francesco siamo diventati ottimi amici. Ogni tanto arriva all’ accademia un po’ prima che inizi il suo allenamento e allora sta lì con i ragazzi a guardare la nostra lezione. Io quelle volte ci metto tutta l’energia che ho, perché spero che stia guardando me e che veda quanto sono forte!
Mamma e papà lo sanno che è lui il mio idolo. Perché in casa, sul comodino di fianco al letto, ho una foto di me e Fra (i suoi amici lo chiamano così, e io sono suo amico, me l’ha detto lui) che qualcuno ci ha scattato durante uno stage in cui lui era l’ospite d’onore. Ha spiegato un sacco di cose bellissime quel giorno e poi ha anche combattuto con noi! Se c’è una volta in vita mia in cui ho tirato fuori tutto quello che avevo in corpo è stata proprio quella volta lì. Ci sono delle volte in cui ti alleni e alla fine senti che dentro hai ancora tanto da dare e allora non sei soddisfatto. Ho anche fatto qualche garetta, quelle per bambini, non le Olimpiadi o cose del genere, e anche lì ci sono delle volte in cui finisci l’incontro e magari hai perso, ma sai che potevi dare molto di più. Però non l’hai fatto e non sai neanche tu perché. Ecco, quella è la sensazione più brutta che c’è. Se perdi l’incontro ma ci hai provato fino in fondo, con tutto te stesso, certo, sei arrabbiato perché hai perso, ma almeno non hai il rimorso di non averci provato davvero. Quello che potevi fare l’hai fatto, e nessuno può vincere sempre. Se penso che anche Francesco ha perso degli incontri vuol dire che allora perdere è normale in una disciplina in cui ci si mette continuamente in gioco. Se no dove sarebbe il divertimento? Quella volta, quando ho combattuto con lui dando tutto quello che avevo in corpo, ho deciso che in gara dovrò sempre fare così, se poi vincerò o perderò sarà un altro paio di maniche!

Questa cosa l’ho anche detta a Francesco e lui era contento di sentirla. E’ successo quella volta che mi ha parlato dei sogni. Non ricordo bene le parole esatte, ma mi aveva chiesto qual era il mio sogno nel cassetto. Io non ho capito subito e lui per spiegarmi mi ha detto che il suo era riuscire a qualificarsi per le Olimpiadi. Mancava poco alla fine dell’iter di qualificazione (lui lo chiamava così), forse una gara sola. Allora io ho capito che un sogno nel cassetto è un traguardo che vuoi riuscire a raggiungere a tutti i costi. Anche per me sono le Olimpiadi quel traguardo, ma mi vergognavo a dirlo. Allora gli ho detto che per ora il mio sogno nel cassetto è qualificarmi ai campionati italiani, quando potrò farli. Poi però lui sorrideva e stava zitto e allora gli ho detto qual era davvero. “Bravo.” Ha detto. “Sogna in grande, ma un passo alla volta! Ognuno ha i suoi obbiettivi, ognuno per chi è e per ciò che fa. Il bello è cercare di raggiungerli tutti!”. “E se uno non ce la fa?” ho chiesto io. “Ho detto cercare di raggiungerli, non raggiungerli per forza.” ha risposto lui, sorridendo come sempre.

Conclusione: Il mio idolo, che si chiama Francesco e fa judo, è un super campione fuori e dentro dal tatami. Sfortunatamente per tante circostanze tutte incastrate e regole che io odio, anche se ha raggiunto il suo più grande obbiettivo ed è rientrato in quella lista dei più forti del mondo, non ha toccato il suo sogno. Ma questa cosa non l’ha abbattuto e lui è rimasto innamorato del judo e sorride sempre, come se avesse fatto le Olimpiadi. Credo che sia così perché sa che ci ha provato fino alla fine, non ha mai mollato, e non ha rimorsi.

Un passo. Sorrido. Ci provo.
A qualche anno da quei discorsi con Francesco, se vinco questo incontro mi qualifico per i campionati italiani.  E’ il mio sogno, e comunque vada voglio essere come lui, nulla mi sconfiggerà.







Questo racconto partecipa al concorso letterario "TORINO, STORIE AL TRAGUARDO" indetto dall'Associazione Fare Insieme Onlus.