mercoledì 23 novembre 2016

Studente e judoka

Studio e Sport, connubio possibile.

Mi chiamo Alessandro Bruyère, sono insegnante tecnico di judo del Gruppo Sportivo delle Fiamme Azzurre, per il quale ho combattuto per tanti anni. Ho avuto l’onore di vestire i colori della Nazionale Italiana ed ho fatto del judo la mia vita. Questa disciplina meravigliosa permea oggi per intero la mia quotidianità.

Sia il judo che i miei genitori mi hanno sempre insegnato che, sbilanciandosi troppo, inevitabilmente, si cade e che per trovare equilibrio occorre bilanciare. Ho dunque ricercato nello studio il mio contrappeso alla disciplina sportiva.

Finito il liceo, ho deciso iscrivermi all’Università di Lettere e Filosofia. Pur con qualche ritardo, posso dire di aver completato il mio corso di studi e di potermi orgogliosamente fregiare del titolo di dottore in Filosofia.

E’ dunque impossibile conciliare sport e studio? Evidentemente no. E’ facile? Nemmeno, in tutta sincerità.

Sul tatami ho imparato che una cosa difficile non è altro che un limite il cui superamento prevede una sfida con se stessi. Se l’atteggiamento è positivo tutto diventa raggiungibile. E la difficoltà del percorso non fa che rendere ancora più soddisfacente la meta.

Ma come coniugare la scuola superiore o il percorso di studi universitario con la pratica sportiva, considerando i sacrifici che richiedono?

E’ innegabile che i tempi cambino e che la società sia in continuo mutamento. Lo sport conquista spazio nella vita dei ragazzi, sponsorizzato e divulgato incommensurabilmente dalla tv satellitare, da internet, dai social network.

Per molti, purtroppo, la conquista resta virtuale, per altri, invece, diventa fattore centrale della vita che porta ad aspirare a diventare un campione, ad essere uno sportivo di fama internazionale, a coltivare il sogno di una vittoria olimpica.

La recenti medaglie di Rio conquistate da Fabio Basile e Odette Giuffrida hanno dato una scossa di grande energia al movimento del judo italiano, amplificando l’impegno ed il desiderio di successo di tanti ragazzi che, in maniera quasi tangibile, hanno potuto percepire quella sensazione trionfale.

Ma la vita di tutti i giorni richiama poi all’ordine. “Maestro, stasera non ci sono chè domani ho una verifica a scuola”, “Ho un’ esame all’Università”. Quante volte in una stagione si sentono queste frasi. Quante volte le ho pronunciate io stesso.

Sembra di trovarsi ogni volta di fronte ad un bivio. Che strada percorro? Qual è la scelta più giusta?

Indubbiamente il vero judoka, come ogni vero atleta, inconsciamente sa già dove vorrebbe andare. La vita reale, tuttavia, disciplinata da una coscienza matura o dai consigli dei più esperti genitori, invita ad evitare di adottare scelte impulsive. Si perderebbe forse l’equilibrio. Ci sono strade, infatti, che non si possono percorrere a ritroso.

Arriva infatti quel giorno in cui ci si accorge che è troppo tardi per studiare e che i sogni non dipendono solo più da noi ma da come necessariamente va il corso degli eventi. Ci si rammarica di non aver tenuto più le porte aperte, di non aver imboccato contemporaneamente, anche se più faticosamente, l’una e l’altra strada.

In questo panorama diventa senza dubbio condizionante il ruolo di genitori, allenatori e istituzioni.

Il confine tra il sostegno e il divieto diventa davvero sottile e quasi si confonde. La difficoltà maggiore sta nel cercare di convincere l’atleta a dedicarsi allo studio, non senza trascurare lo sport. O viceversa.

Purtroppo tra famiglia e allenatore è frequente vi sia un rapporto conflittuale dato dalla diversa direzione nella quale si vuol orientare il ragazzo. Ci si dimentica che il futuro equilibrato di questi dipende proprio dalla  capacità di armonizzare le direttive delle figure che lo seguono e lo spronano.

È dunque auspicabile si trovi un punto di incontro tra le società sportive, le famiglie e la scuola. Questa sinergia pare essere la soluzione ideale affinchè si radichi la consapevolezza che il raggiungimento del successo in ambito sportivo non può prescindere, ed anzi, si alimenti dei successi ottenuti nello studio.

Ciò che conta è aiutare il ragazzo ad acquisire un metodo generale di approccio alle cose che possa  condurlo autonomamente a trovare il giusto equilibrio nella vita e a capire in che modo potersi dedicare contemporaneamente allo studio e alla disciplina sportiva. Ovunque arrivi quel ragazzo, lo farà coscienziosamente, con le sue forze, sicuro di sé, senza mai perdere l’equilibrio.

L’appoggio delle istituzioni, infine, completa il quadro. La Circolare Ministeriale n. 20 del 4/3/2011 e il DPR n. 122/2009 (Validità dell’anno scolastico per la valutazione degli alunni nella scuola secondaria di primo e secondo grado) emanata dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Dipartimento per l’Istruzione, Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e per l’Autonomia Scolastica, traccia un solco normativo alla coniugazione tra studio e sport e pone l’attenzione sulle assenze scolastiche per motivazioni sportive.

L’articolo 14, comma 7 della C.M. e gli artt. 2 e 14 del DPR [nota n. 1 in allegato] evidenziano come come siano previste dalla scuola secondaria di primo e secondo grado delle deroghe al limite delle assenze  (obbligatori tre quarti di presenza del monte ore annuale), se documentate e continuative. E a condizione che tali assenze non pregiudichino la possibilità di valutare gli alunni interessati. Tra le casistiche apprezzabili ai fini delle deroghe vengono citate proprio le assenze dovute a: partecipazione ad attività sportive e agonistiche organizzate da federazioni riconosciute dal C.O.N.I.

A completamento della sopracitata Circolare Ministeriale si aggiunge la nota n. 2065 del 2 marzo 2011, con oggetto: D.P.R. 22.6.2009, n. 122 – Numero massimo assenze annuali e svolgimento pratica sportiva agonistica, dove si legge:

Non si tratta di un principio assoluto riducibile ad un mero accertamento aritmetico ma di disposizioni che mirano a contrastare comportamenti ascrivibili a disimpegno dalla vita scolastica. Sono infatti previste delle deroghe motivate in rapporto alle cause che hanno determinato le assenze e che debbono essere oggetto di attenta valutazione da parte dei consigli di classe, fermo restando che debbono comunque sussistere elementi di giudizio sufficienti per la valutazione degli apprendimenti degli alunni.”

(Per le assenze dovute allo svolgimento della pratica sportiva agonistica si rimanda alla nota n. 2065 del 2 marzo u.s., richiamata dalla Circolare del M.I.U.R.)

Leggendo attentamente sia la Circolare Ministeriale che la nota citata, ci si accorge di come anche il Ministero dell’Istruzioni sposi l’idea della ricerca di un giusto compromesso, che non penalizzi gli atleti ma che garantisca in ogni caso un corretto approccio al percorso di studi. Il richiamo alla “attenta valutazione dei consigli di classe” è la clausola che lascia aperta la questione e rimanda al buon senso e all’ampiezza della visione di chi ha il coltello dalla parte del manico.

Lo sforzo, dunque, deve avvenire da parte di tutte le figure coinvolte nel progetto: ragazzo, genitori, struttura sportiva, istituzioni. Se l’obiettivo è chiaro e comune e se si arriva a capire che il miglioramento di un singolo individuo determina il miglioramento dell’intera società, allora il raggiungimento di quell’obiettivo non solo non è impossibile, ma diventa la scelta migliore.

Lo stesso Jigoro Kano, il fondatore del judo, professava due principi: il “miglior uso dell’energie” e il “tutti assieme per progredire”, convinto che tramite l’educazione scolastica e il judo ogni individuo potesse migliorarsi ed accrescere il suo spirito, migliorando di conseguenza la società.

In quest’ottica diventa possibile non solo percorrere le due diverse strade, ma anche farle coincidere. I due diversi percorsi si intrecciano senza soluzione di continuità, arrivando a formarne uno unico e più completo.

Personalmente, ho cercato di farlo, arrivando a scegliere come tesi di laurea un argomento che fosse lo specchio della mia vita e della mia “strada”. Ho cercato di intrecciare il mio percorso di studi con il judo e ho capito che l’elemento in comune non era altro che il filo di Arianna che ci ha portato fin qui: la Via di ognuno di noi.

Ho analizzato il concetto di Via ed ho scritto una dissertazione dal titolo: La Via è sotto i piedi. Analisi del concetto di Via nel Buddhismo, nello Zen e nelle arti marziali.. La Via è l’argomento, il judo - la via della cedevolezza - il punto di arrivo.

E’ stato un koan Zen ad ispirare la mia tesi, una sorta di precetto dei monaci Zen che non ha soluzioni definitive e sul quale loro meditano, cercando di scoprirci all’interno la miglior interpretazione. E’ un koan che si inserisce perfettamente nel discorso fatto fin qui ed esalta il pensiero che in fondo dipende tutto da come ognuno di noi decide di indirizzare la propria vita e con il quale concluderò questa trattazione, sperando possa regalarvi ciò che ha regalato a me:

 “La via è sotto i vostri piedi”.

Alessandro Bruyère

 

Nota 1:

L’articolo 14, comma 7, del Regolamento prevede che “le istituzioni scolastiche possono stabilire, per casi eccezionali, analogamente a quanto previsto per il primo ciclo, motivate estraordinarie deroghe al suddetto limite [dei tre quarti di presenza del monte ore annuale]. Tale deroga è prevista per assenze documentate e continuative, a condizione, comunque, che tali assenze non pregiudichino, a giudizio del consiglio di classe, la possibilità di procedere alla valutazione degli alunni interessati”.

Spetta, dunque, al collegio dei docenti definire i criteri generali e le fattispecie che legittimano la deroga al limite minimo di presenza. Tale deroga è prevista per casi eccezionali, certi e documentati. È compito del consiglio di classe verificare, nel rispetto dei criteri definiti dal collegio dei docenti e delle indicazioni della presente nota, se il singolo allievo abbia superato il limite massimo consentito di assenze e se tali assenze, pur rientrando nelle deroghe previste dal collegio dei docenti, impediscano, comunque, di procedere alla fase valutativa, considerata la non sufficiente permanenza del rapporto educativo.

Ad ogni buon conto, a mero titolo indicativo e fatta salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche, si ritiene che rientrino fra le casistiche apprezzabili ai fini delle deroghe previste, le assenze dovute a:

gravi motivi di salute adeguatamente documentati;
terapie e/o cure programmate;
donazioni di sangue;
partecipazione ad attività sportive e agonistiche organizzate da federazioni riconosciute dal C.O.N.I.;
adesione a confessioni religiose per le quali esistono specifiche intese che considerano il sabato come giorno di riposo (cfr. Legge n. 516/1988 che recepisce l’intesa con la Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno; Legge n. 101/1989 sulla regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione delle Comunità Ebraiche taliane, sulla base dell’intesa stipulata il 27 febbraio 1987).
 

scritto il 23 nov 2016 

mercoledì 8 giugno 2016

Uno spettacolo magico




E’ il 27 maggio 2016, un caldo venerdì sera primaverile. Sono le 20.30 e le luci della sala polivalente del teatro Operti di Torino piano piano si spengono. Sul palco qualche sedia, delle chitarre, un tatami e un paravento. Sullo sfondo la scenografia colorata a matita da esperte mani di bambino. In platea genitori, parenti, fratellini e cuginetti. Gli attori sono i bambini della 3° D della scuola elementare Carlo Casalegno di Torino e stanno per dar vita ad uno spettacolo che ricorderò per tutta la vita.
Ammetto che quando scrivevo le pagine del libro “Igei, storia di un drago che faceva judo” fantasticavo oltre che sulle avventure del draghetto Igei anche su future rappresentazioni della storia che stavo creando. Ma non so quanto ci credessi sul serio. Pensavo a spettacoli teatrali, ad attori adulti ma anche a mini bravissimi attori. A ipotetiche scenografie e ipotetiche sceneggiature.

La realtà alle volte supera la fantasia.

L’idea venne ad Immacolata Calabrese, la mia prima maestra di inglese, proprio lì, alla scuola Casalegno, decine di anni fa. Un grandissimo affetto, che perpetua nel tempo. Mi contattò, complice la mia mamma, e mi chiese di incontrarci, aveva qualcosa da propormi.
Conobbi ad una mini riunione Davide Fratta, il maestro di musica, e Petrizia Antonia Ioghà, la maestra di italiano e storia che si occupa delle recite dei bimbi e del laboratorio teatrale.
Hanno letto il libro e li ha entusiasmati, vorrebbero farne uno spettacolo. La 3° D è una classe incredibile, hanno già fatto altre recite e si sono innamorati del libro.
Bello. Bellissimo. Se mi piace l’idea? Mi fa impazzire. Sarebbe davvero meraviglioso.
Davide emana professionalità ed è un vulcano di idee, Petrizia di entusiasmo e di bene per i suoi bimbi. Immacolata precisa , lucida e positiva, ha una visione molto chiare su ciò che lo spettacolo potrebbe essere. Sono un team perfetto, chissà, potrebbe davvero venirne fuori qualcosa di bello.

Beh, ne è venuto fuori qualcosa di magico.

Davide Fratta si è occupato non solo dei testi, ma anche delle musiche originali. 10 tracce cantate e musicate dai bimbi, che il maestro ha poi racchiuso in un cd che ha regalato agli spettatori. Petrizia Ioghà si è occupata della scenografia, del coordinamento della classe e della parte teatrale del tutto. Entrambi si sono dedicati alla regia. Io ho dato un piccolo contributo mostrando ai bimbi qualche gesto, le cadute, proiezioni basilari, che loro hanno trasformato in incantevoli movimenti per il teatro delle ombre. Già, perché il palco è diviso in tre settori. Sulla destra una parte dedicata ai musicisti, in centro lo spazio dedicato alla recitazione vera e propria, sulla sinistra un romantico separé con un faretto che lo illumina da dietro, proiettando le ombre degli attori e trasformandole in eleganti attrici.
spettacolo tetarale igei storia di un drago che faceva judo
I bambini si alternano: una scena fanno parte del gruppo dei musicisti, una scena fanno parte degli attori, una scena parte delle ombre. Tutti fanno tutto. Nessuno è diverso dagli altri, c’è spazio per tutti e il tutto funziona solo con le performance di ogni singolo bambino/attore. Tre scene che si susseguono collegate da brevi intervalli musicati dalle chitarre e dalle armoniche dei bambini.
I personaggi della storia si riconoscono dalle piccole corna  colorate da drago che hanno in testa e dalla cintura del judogi coordinata. Gli Igei hanno le corna gialle e i Gei Do verdi. Ci saranno delle bellissime Kiki con le cornine rosa e simpatici Omoi con le corna blu. Cornine bianche per i velocissimi Speedy .

Sono fantastici. C’è il bimbo che recita tutto d’un fiato, quello che si dimentica una parola e ci sorride sopra e quello che fa la faccia terrorizzata. C’è la bimba che da grande farà sicuramente l’attrice e quella che non si ricorda se quello sia il suo turno o no. Sono fantastici nel loro essere genuini. E bimbi. Sono bravissimi. Recitano e si impegnano al massimo. Suonano. Cantano. Cantano loro, tutti assieme. Le loro ombre danzano. Fanno proprie delle frasi davvero difficili, ridono, si emozionano, si spaventano.
La scenografia cambia di scena in scena. I disegni dei bimbi riproducono alla perfezione il dojo del maestro Gei Do, la scuola, la sveglia di Igei. La casa del draghetto.
La storia scorre limpida e viene raccontata con delicatezza e caparbietà.

E alla fine tutti sul palco, tutti con le mani unite, a cantare il brano “Io mi chiamo Igei”. Tutti assieme cantano la frase “io voglio vincere” con le mani al cielo.
Che emozione. E’ difficile raccontarla o spiegarla. L’unica cosa che mi viene da scrivere è che per me è stato un regalo ineguagliabile.

L’applauso finale riempie il teatro.
Salgono sul palco anche la maestra Petrizia e il maestro Davide, a prendersi giustamente la loro parte di applauso e gli innumerevoli complimenti, da parte della platea ma anche da quella degli stessi mini attori. Sono loro due che hanno reso possibile tutto ciò. Hanno fatto un lavoro eccellente. Le canzoni e i testi di Davide sono davvero belli ed emozionanti. Inerenti alla storia e allo stesso tempo originali e creativi. Lo spirito con cui i bambini li hanno imparati e recitati ed eseguiti è meraviglioso.
Mi sento di ringraziarli col cuore e di dir loro che lo spettacolo a cui ho avuto la fortuna di assistere è qualcosa che non dimenticherò mai.

Una sensazione su tutte, in particolar modo, sarà sempre con me. E infonde fiducia nel progetto che stiamo portando avanti e nella vita in generale.
Appena prima che lo spettacolo iniziasse Petrizia mi ha portato dai bambini, che ultimavano i preparativi. Erano agitati ed emozionati, ma pronti. Mi hanno accolto con gioia. “Ciao Ale!!” “Siamo pronti!” “Ci impegneremo al massimo per questa recita!” “Non vediamo l’ora di cominciare! “Abbiamo paura!”. Quanto assomigliava ad una gara di judo, il tutto.
“Ciao ragazzi! Siete bellissimi! E sono sicuro che sarete grandiosi! So che siete agitati, ma ricordatevi sempre la cosa più importante quale dovrebbe essere!”
“Diveritirsi!!!!!!”. Mi hanno risposto tutti in coro, quasi gridando. Sorridendo.

Bravi bimbi, siete riusciti ad imparare la cosa più importante. Fatelo sempre, non smettete mai di farlo. Divertitevi. Uno spettacolo teatrale è così simile ad una gara di judo. Ed è così simile ad ogni sfida che la vita vi metterà davanti. Lo spettacolo potrà essere perfetto come no. Potrete sapere tutto nei minimi dettagli nello stesso modo in cui potrete dimenticarvi una frase, una battuta, il vostro turno. Potrete inciampare e cadere, e rialzarvi ogni volta. Ma vi sarete messi in gioco. Non è il modo in cui farete questo spettacolo e ogni altro che farete che farà la differenza. La differenza la farà lo spirito con cui lo affronterete. Esattamente come dice il maestro Gei Do:
Divertitevi quando fate una gara, ragazzi miei. Siate più forti del concetto di vittoria o di sconfitta. I punti sono qualcosa che misura un singolo gesto, non le vostre capacità o il vostro modo di essere. E ricordatevi sempre che la cosa davvero importante, in un qualsiasi incontro, è uscire dal tatami sicuri di aver dato il massimo di se stessi. Senza rimorsi e senza pensare che avreste potuto fare qualcosa di più. Comunque vada l’incontro. Solo così avrete raggiunto lo scopo, e cioè vi sarete goduti a pieno quel momento. Il judo è lo specchio della vita di tutti i giorni, in fondo. E la vita andrebbe sempre vissuta così.”

Bravi bimbi. Divertitevi, fatelo sempre. E nella vita vincerete ogni giorno.
Grazie.

Alessandro Bruyère


per info sul libro "Igei, storia di un drago che faceva judo clicca qui o cerca IGEI su facebook

martedì 31 maggio 2016

La medaglia di Michael


Ogni medaglia ha una storia alle spalle. Non esiste una medaglia più bella di un’altra, proprio perché ognuna di esse ha una sua storia, diversa da tutte le altre. Che la gente spesso non conosce.
Michael Raso, classe  1992, cintura nera terzo dan, ha conquistato la sua prima medaglia ai Campionati Italiani Assoluti di judo questo week end. A Torino, la città in cui vive, si allena, studia e lavora da qualche anno ormai.

Medaglia di bronzo nella difficile categoria dei 60kg.

Un’immagine su tutte rimarrà nella storia dell’Accademia Torino, perché ognuno dei ragazzi che ne veste i colori in fondo ne scrive piano piano la storia: l”immagine di Maic (noi lo scriviamo così) accosciato, con le mani strette a pugno,il viso rivolto al cielo, che urla a squarcia gola l’ultimo fiato rimastogli nei polmoni, a fianco del suo fortissimo avversario stremato e disteso al suolo. Maic piange. E un brivido corre nel riverbero dell’applauso scosciante che riempie il palazzetto torinese.

Se la gente sapesse cosa vuol dire per lui quella medaglia.
Se sapesse quante volte Maic ci è andato così vicino da sentirne il profumo, non riuscendo a raggiungerla ogni volta per un motivo assurdo. Se la gente sapesse cosa fa Michael durante il giorno. Se sapesse che si  laureato poche settimane fa in infermieristica con un voto eccellente, e che per poterlo fare lavora come tirocinante e aiuta un anziano signore in difficoltà. Se sapesse che è anche  il maestro di spassosi bambini che fanno pre-judo e di altrettanto  spassosi adulti che fanno judo amatori, in modo da potersi pagare l’affitto lontano dalla famiglia e da casa, Castelletto sul Ticino, dove anni fa anche lui era uno spassoso bambino che iniziava judo.
Se sapesse quante volte ha detto con una medaglia di legno in borsa, “basta, non è giusto, non ne vale la pena”, ma il giorno dopo era di nuovo suo tatami. Se sapesse i sacrifici,  le sbroccate,  il calo peso e i litigi. E le scuse il giorno dopo.
Beh, se la gente sapesse tutto questo, non penserebbe la sua medaglia più bella delle altre, perché davvero ogni medaglia è meravigliosa e ha una storia che la gente non sa.
Ma se sapesse tutto ciò, la gente, capirebbe che sì, ne vale la pena in fondo. Capirebbe che i sacrifici, se ci credi davvero, prima o poi ti ripagano. Che la differenza sta tutta nel modo in cui si affrontano le sfide e nella determinazione con cui si combatte, sul tatami e fuori da lì. Nella volontà.
Se la gente sapesse, capirebbe ancora di più quelle lacrime. E  forse sorridendo commossa applaudirebbe ancora più forte.

Bravo Maic!  L’Accademia è fiera di te.

questo è articolo è stato pubblicato sul sito dell'Accademia Torino. Lo si può leggere cliccando al seguente link: accademiatorino

mercoledì 22 ottobre 2014

IGEI, storia di un drago che faceva judo




INCIPIT



Per trovare il protagonista di questa storia non dobbiamo guardare verso quel gruppetto di draghi colorati che ridono vicino al cancello della scuola, ma dobbiamo invece puntare  lo sguardo verso il viale alberato che dalla scuola porta verso la  città. La cosa potrebbe apparire un po’ strana, ma eccolo lì, che corre con lo zaino in spalla e una borsa da palestra a tracolla; è proprio lui. In effetti non sembrerebbe proprio un draghetto protagonista. A dire il vero non sembrerebbe neanche un drago, ma piuttosto qualcos’altro.  Farà sorridere, ma si potrebbe dire che assomiglia ad un pollo. Ci si chiederà come possa essere lui, un drago che assomiglia ad un pollo, goffo e buffo, bianco e non verde, con quel musone giallo acceso che sembra un grosso becco più che delle fauci aggressive sputa fuoco.
Ma come si sente sempre dire, le apparenze ingannano.
Si chiama Igei , quel draghetto. Dentro la borsa a tracolla ha un kimono che gli serve per fare judo, e la sua è una di quelle storie che vale davvero la pena raccontare.






CAPITOLO UNO


Fino a poco tempo fa era un drago diverso da quello che oggi vedete farsi sempre più piccolo man mano che corre sorridente verso l’orizzonte. Non diverso fuori, che fuori conta poco, ma diverso dentro. Fino a poco tempo fa, in fondo, non aveva ancora conosciuto il maestro Gei Do.
Il giorno che l’ha incontrato per la prima volta non poteva immaginare quanto la sua vita sarebbe cambiata da quel momento in poi. Stava tornando da scuola, come tutti i giorni da solo e sconsolato, mentre tutti gli altri draghetti erano lì vicino che ridevano  e giocavano ad inseguirsi nel tentativo di pestarsi la coda. Qualcuno cominciava già a far fumare le grosse narici, i più grandi riuscendo anche a sputacchiare piccole palle di fuoco.
Igei rimaneva un po’ lì fuori da scuola ogni giorno alla fine delle lezioni, nella speranza che qualcuno volesse giocare con lui. Però spesso si accorgeva che invece di ridere con  lui i draghetti preferivano ridere di  lui (e c’è una grossa differenza). Specialmente quando i più grandi mimavano le sue movenze goffe o il suo musone giallo. Quando alla fine cominciavano ad imitare un pollo urlando “Chi sono??” per sentirsi rispondere in coro “Igei, il dra-pollo!!!”, lui sorrideva forzatamente per tentare di fare vedere che stava al gioco e non si stava offendendo, e dicendo che era tardi si incamminava verso casa.
Davvero in pochi sapevano quanto simpatico e brillante fosse in realtà Igei e quanto piacevole fosse passare del tempo con lui. Era troppo divertente per i draghetti che frequentavano la sua scuola prenderlo in giro, per porsi il problema. Lui però li capiva, e non faceva altro che rassegnarsi all’idea che forse avevano ragione loro.
Ed era lì quel giorno, si diceva, lungo quel viale alberato che dalla scola porta alla città, quando aveva notato al bordo della strada un drago anziano che sembrava in difficoltà con una grossa borsa. Fermo sul primo gradino di una scala che conduceva all’entrata di una piccola e curiosa casa, l’anziano drago osservava la borsona, apparentemente sopraffatto dall’enorme peso che questa sembrava avere.
Igei gli si era avvicinato senza pensarci, con naturalezza, e afferrando la borsa, dopo aver provato con difficoltà a sollevarla, aveva detto educatamente:
“Lasci che la aiuti con questo macigno.”
Il drago anziano aveva sorriso senza girarsi e a Igei era parso che avesse detto qualcosa come: “eccoti qui”.
“Come?” aveva chiesto il giovane drago.
“No, grazie infinite.” aveva risposto il vecchio. Poi aveva alzato lo sguardo, lo aveva incastrato con decisione a quello di Igei e aveva continuato:
“Tre draghi giovani e robusti sono passati. Il primo non mi ha visto. Il secondo si è preso gioco di me. Il terzo ha onorato uno dei principi più belli e importanti del mondo: la gentilezza.”
Poi come se niente fosse aveva tolto la pesante borsa dalla zampona di Igei, se l’era caricata con facilità sulle spalle piegando sapientemente le zampe posteriori, e aveva sentenziato:
“Anche ciò che sembra troppo pesante ha un modo per essere sollevato. Che sia una borsa, una nave, o un grande peso dentro di noi.”
Igei lo aveva guardato inarcando le sopracciglia, senza trovare le parole giuste per rispondere allo strano e affascinante personaggio che aveva davanti.  A quel punto il vecchio drago aveva fatto una specie di composto inchino e senza nessuna fatica aveva percorso i gradini che lo separavano dalla porta della sua strana casa, dove dopo un attimo erano spariti lui e la sua borsa.

Igei aveva scrollato il muso perplesso, sollevato le spalle e senza dire nulla aveva ripreso il suo tragitto verso casa. Ora finalmente aveva qualcosa di nuovo a cui pensare.





Ecco l'incipit e il primo capitolo del nuovo libro di Alessandro Bruyère, una storia dedicata al judo e al bambino che c'è in ognuno di noi.

giovedì 17 aprile 2014

La bontà el caffè

Se mi trovassi a prendere un caffè con Socrate, i e lui seduti allo stesso tavolino, lo guarderei negli occhi (è importante guardarsi negli occhi quando si prende il caffè) e mentre giro lo zucchero gli direi...

"La storia del so di non sapere... è molto affascinante, non c'è che dire." Lui probabilmente sorriderebbe compiaciuto e berrebbe il suo caffè. "Ma c'è qualcosa che non mi convince" continuerei. "Buono?" gli chiederei poi, continuando a guardarlo negli occhi. (E' negli occhi che si legge la verità delle parole). Sia ad un sì, che ad un no,che ad un non lo so, risponderei che per me lo è, infinitamente. "Vedi?" direi. "Il calore di un sorriso, la bellezza di un quadro, le emozioni di un libro, la bontà del caffè. C'è qualcosa che so, nel momento in cui lo vivo." Sorrideremmo entrambi, godendo del nostro caffè.



Questo racconto partecipa al concorso "Storie di caffè". Lo si può votare dal sito http://www.storiedicaffe.it/storie?story=94

venerdì 21 marzo 2014

Il buongiorno si vede dal mattino

Mi ero da poco da poco trasferito nella nuova casa, e una mattina scesi per andare al bar e prendere un caffè. C'era un po' di gente, così aspettai qualche secondo. Appena mi sembrò che il barista fosse libero mi feci avanti....

"un caffè, per favore." gli chiesi al volo,domandomi quanto buono sarebbe stato. L'aroma permeava l'aria e conquistava i sensi. "1 euro e 50" mi disse il barista, appoggiando con gesti precisi la tazzina sul piattino che l'aspettava. Mi sorpresi del prezzo , e lui lo notò. Mi fece l'occhiolino e indicò con lo sguardo il cartello alle sue spalle: "1 caffè:2 euro-1 caffè per favore:1.50 euro-buongiorno mi fa un caffè per favore:80 cent." Sorridemmo divertiti entrambi. "Benveuto" mi disse porgendomi la mano. La strinsi, e stetti bene. Le giornate della mia nuova vita sarebbero inizate deliziosamente.


Questo racconto partecipa al concorso "Storie di caffè". Lo si può votare dal sito http://www.storiedicaffe.it/storie?story=94

giovedì 20 marzo 2014

Come l'acqua del fiume

Questo articolo è stato scritto per l’Angolo dell Cultura, rubrica del judo piemonte, ed è pubblicato sul sito internet: www.judopiemonte.it

Periodo travagliato, questo inizio 2014. Il judo della Fijlkam e dell’Ijf ha cominciato l’anno in quarta e viaggia ad alti ritmi sia a livello planetario che nazionale, costellato da innovazioni e cambiamenti. E da che mondo è mondo, le innovazioni e i cambiamenti fanno notizia e suscitano interesse.
In rete, quel filo invisibile che ormai collega tutto e tutti, un qualsiasi judoka curioso e innamorato della sua disciplina può facilmente leggere migliaia di notizie su nuovi regolamenti e nuovi criteri di scelta e nuovi metodi e chi più ne ha più ne metta.
Inevitabilmente ogni singola notizia crea scalpore e trova seguaci contenti e oppositori critici, ognuno pronto a commentare positivamente o negativamente, ed ognuno a modo suo. Diventa così facile, a quel punto, esagerare in una o nell’altra direzione, sfociando nel sempre dannoso “troppo”.
La cosa bella è che il judo, anche se costantemente sconvolto, preso e rimescolato riesce a rimanere sempre e comunque quell’unica “Via” che i suoi ideogrammi raccontano: laVia della cedevolezza, della gentilezza. E allora come l’acqua che si adatta ad un letto di un fiume che alle volte diventa troppo tortuoso, il judo scorre sui cambiamenti e le critiche e i complimenti e le innovazioni e continua la sua corsa, rimanendo nella sua sostanza più intima sempre Judo. E la cosa ancora più bella è che riesce ad essere quella stessa Via in tutti gli ambiti e a tutti i livelli, muovendosi in egual maniera in ogni ambito e ad ogni livello.
Ricordiamo in queste righe che il Judo ha mille sfaccettature, ai nostri tempi rappresentate da più federazioni e comitati e associazioni, e che in questa sede i nostri riferimenti vanno a cadere su una determinata fascia della nostra disciplina. Generalizzare non porta mai a nulla di buono e farlo riguardo ad un concetto così ampio e con una tradizione così importante come il Judo sarebbe oltraggioso.
Questo solo per ricordare (per non mancare di rispetto a nessuno e per non toccare argomenti che non si possono conoscere a fondo)  che la nostra Fijlkam e la nostra Ijf sono una parte della disciplina che Jigoro Kano il secolo scorso decise di fondare, una delle diramazioni di quell’unica Via, e che al di là di faccende  che esulano dalla nostra competenza come il riconoscimento da parte del Coni o il grado di agonismo chiamato in causa, è semplicemente quella che nel caso specifico ci riguarda direttamente.
Ritornando dopo questa breve puntualizzazione d’obbligo all’argomento di cui si trattava, analizzando il concetto ci si potrebbe domandare da dove derivi questa peculiarità del judo, il suo sapersi adattare alla tortuosità del letto del fiume. Ed è questa domanda a fornirci lo spunto per ripercorrere la Strada a ritroso e arrivare alle sue origini, per conoscerla ancora meglio o anche solo per mera curiosità.
Quasi tutti noi ormai sappiamo che  secondo un’antica leggenda il principio del ju-jitsu, poi trasmesso al judo, del valore della flessibilità fu intuito da Akiyama Shirobei Yoshitoki, un medico e maestro giapponese che guardando la neve cadere sui rami degli alberi notò che i rami di quelli rigidi e possenti, come la quercia, si spezzavano sotto il peso della neve che piano piano si accumulava, mentre i rami sottili e elastici, come quelli del salice, si piegavano sotto il peso della neve facendola scivolare via, senza farsi rompere né curvare.
Ma questa affascinante storia richiama principi ancora più antichi che permeano la tradizione giapponese.
Lao Tzu, il fondatore del taoismo, scriveva:
quando nasce, l’uomo è tenero e debole, quando muore è rigido e forte. Rigidità e forza accompagnano dunque la morte, morbidezza e debolezza accompagnano la vita.
Non è così comune essere al corrente che il taoismo, nato e diffuso in Cina, ha influenzato notevolmente l’aspetto filosofico/religioso (difficile scindere i due campi in questo caso) della cultura giapponese. Il buddismo Zen, branchia del Buddismo giapponese e perno irremovibile di questa cultura, essendosi diffuso nella Cina taoista ha assorbito un imprescindibile concetto che tutt’ora accumuna le due correnti e che in questa breve analisi scopriremo e analizzeremo:
quello del wu-wei, la non-opposizione, il segreto di dominare le circostanze senza opporvisi, base del filastroccante wei-wu-wei, concetto traducibile come azione senza azione, agire senza sforzo.
Per lo Zen infatti la vita si muove troppo rapidamente perché ci si possa accostare per tentativi. Mentre ci si prepara faticosamente a raggiungere il Risveglio, la verità immediata continua a scorrere via. Metaforicamente  il discepolo Zen viene contrapposto a chi indugia sulla riva del fiume domandandosi quale sia il modo migliore di tuffarsi, sentendo la temperatura dell’acqua e chiedendosi come ci starà poi dentro, abituandosi a procrastinare le cose. Egli deve piuttosto camminare tranquillo fino al margine del fiume e lasciarvisi scivolare con calma, senza darsi il tempo di avere timori su ciò che sarà, o di trovare scuse per non buttarsi subito. Senza opporsi alla corrente, ma sfruttando la sua spinta per continuare il proprio percorso.
E questa mancanza di opposizione, questo lasciarsi  trasportare dal fiume della vita viene dal wu-wei citato prima.
Se lo scopo del  wu-wei nel taoismo è quello di mantenere l’uomo in armonia con la natura e con il Tao, in perfetto equilibrio affinché il mondo segua la sua naturale evoluzione e nello Zen è quello di imparare a muoversi con la vita senza cercare di interrompere il suo scorrere, nelle arti marziali sarà l’imparare a non contrastare la forza dell’avversario con la propria, ma a sfruttare quella forza per far cadere il proprio opponente. Il principio del nostro Judo, insomma. Do: Via. Ju: cedevolezza, morbidezza, adattabilità. Judo: La Via della Cedevolezza.
Non ci si sorprenda quindi, se il Judo riesce in ogni caso ad adattarsi a tutti gli sconvolgimenti che piano piano subisce. Fa parte della sua natura. Proviamo a imparare dalla nostra disciplina, in mancanza di altre soluzioni davanti alla effettiva perentorietà di alcune situazioni e decisioni,  a continuare comunque il nostro percorso, senza opporci troppo a scelte che purtroppo non dipendono da noi. Ovviamente ognuno ha il diritto di dire la sua e di manifestare il proprio disappunto in qualsiasi ambito. Ma le critiche non costruttive lasciano un po’ il tempo che trovano, e il tempo scorre in fretta, come l’acqua di un fiume.
Siamo judoka, dopotutto.

Ok, di concetti astrusi e parole strane ne abbiamo scritte abbastanza per questa volta, vi saluto e do appuntamento a chiunque fosse interessato e incuriosito alla prossima volta per scoprire il secondo concetto che il judo ha ereditato dal Buddismo Zen influenzato dal Taoismo e che rende la nostra disciplina una meravigliosa metafora della vita: il satori.

Alessandro Bruyère